«YOUTH & YOUNG MANHOOD - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - YOUTH & YOUNG MANHOOD - la recensione

Recensione del 12 ago 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco la “next big thing”. Come ha già sentenziato la stampa inglese, questo debutto dei Kings of Leon è il disco dell’anno. Strokes, Black Rebel Motorcycle Club, Hives, fatevi da parte. E’ già arrivato chi vi sostituirà.
A ben vedere, anche la storia di questo gruppo è perfetta per la stampa inglese: quattro fratelli, i Followill, che arrivano dal profondo sud degli Stati Uniti, sono figli di un pastore evangelista e suonano un garage rock secco e diretto, quello che piace più all’estero che in patria. Ovviamente, quando la stampa inglese pompa così tanto un gruppo – ve ne sarete accorti se avete visto il recente numero dell’NME con i KOL in copertina – c’è da avere legittimi dubbi. Il meccanismo di quei giornali lo conosciamo a memoria, ormai. Prendi un gruppo, portalo alle stelle e poi alle stalle (volete vedere come stroncheranno il prossimo disco degli Strokes? Abbiate fede: se la band di “Is this it?” farà un disco difficile da stroncare, stroncheranno quello dopo…).
“Youth & young manhood” è però, almeno, un disco consistente, al di là di tutte le possibili chiacchere mediatiche. Certo, non un capolavoro né il disco dell’anno, ma un bell’album, questo sì.
I ragazzi ci sanno fare, questo si capisce. Hanno la giusta dose di irruenza che ci si aspetta da una band giovane. Ma dietro alle canzoni di questi quattro ragazzi c’è lo zampino di una mano esperta, quella del produttore Ethan Johns, stretto collaboratore e alter ego di Ryan Adams. Il risultato è un disco di roots-rock suonato con attitudine punk: i Creedence Clearwater Revival shakerati con un po’ della musica di New York fine anni ’70. Sentite i riff di “California waiting” o “Spiral staircase”, sul versante più punkeggiante, l’attacco d “Dusty” e “Joe’s head” su quello più folkeggiante.
La sensazione, però, è che band di questo genere lascino un po’ il tempo che trovano. Nel senso che i loro dischi sono belli, piacevoli e piacioni, ma non lasciano intravedere grandi spiragli di evoluzione. Insomma, godiamoci i Kings Of Leon finché sono la band dell’anno, e in attesa di quella dell’anno prossimo.

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