«ETHER SONG - Turin Brakes» la recensione di Rockol

Turin Brakes - ETHER SONG - la recensione

Recensione del 11 mar 2003 a cura di Luca Bernini

La recensione

Per il loro secondo album Olly Knights e Gale Paridjnian - in due parole e una sola ditta i Turin Brakes - non si sono fatti condizionare dal successo e hanno scelto di volare al caldo: dalla natìa Inghilterra alla solatìa California, per affidarsi alle cure fantasiose e sapienti di Tony Hoffer, produttore di star del calibro di Beck, Air e Supergrass. Il successo di "The optimist", il loro precedente lavoro datato 2001, li aveva consacrati nuove star del NAM – new acoustic movement – regalando alla loro sigla un’esposizione confluita anche in alcune apparizioni a Top of the Pops: logico pensare quindi che la band avrebbe fatto di tutto per rimanere in scia tanto a livello di ispirazione che di realizzazione. Sbagliato: "Ether song" è un album assolutamente più solare, diretto e incisivo del suo predecessore, e permette ai due di cavalcare con la fantasia spunti e costruzioni musicali acustiche colorandole di una piacevole voglia di uscire dal seminato. Parliamoci chiaro: non c’è niente di clamorosamente originale su questo album, che nasce, cresce e si sviluppa seduto intorno a delle “normali” canzoni chitarra e voce, in alcuni casi riuscite bene, come nel nuovo singolo “Pain killer”, davvero una spanna sopra il resto. Il resto sembra provenire da jam session sempre aperte di artisti che hanno già detto la loro anni fa, da Nick Drake a Jeff Buckley, dagli Smiths a Crosby, Stills, Nash & Young, dai Pink Floyd al David Bowie acustico degli esordi. Piuttosto, è piacevole e anche curioso ascoltare, nella musica dei Turin Brakes, questa perfetta fusione tra la musica acustica di due mondi musicali separati dall’oceano e da migliaia di chilometri, giocare con lo straniamento che deriva dal non sapere se essere dentro un disco di Neil Young o dentro uno dei Pink Floyd. La band non perde comunque la propria connotazione originaria, che è quella cinematografica – Olly e Gale avevano iniziato scrivendo musica per film immaginari – evocando scenari da film già nella iniziale “Blue hour”, e proseguendo, con appena qualche pausa, fino alla conclusiva “Rain city”. Ci si può chiedere perché musica così semplice, malinconica e a tratti tenue – anche se ribadisco che i Turin Brakes sono già adesso sufficientemente distanti da quel mondo - abbia saputo colpire l’immaginario di centinaia di migliaia di acquirenti di dischi: trasportando il paragone in casa e fatte le dovute distinzioni, credo che si tratti dello stesso fenomeno che ha riguardato album e fenomeni come Tiromancino, e adesso Niccolò Fabi: la malinconia, la semplicità espressiva, la poesia applicata al suono offrono canzoni semplici eppure immediatamente comunicative dal punto di vista emozionale. Se nel vostro DNA c’è molta musica inglese, o americana, questo album non mancherà di piacervi, anche se alla fine ci troverete dentro molta più cenere che brace.

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