COGLI LA PRIMA MELA

Polydor (CD)

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Ride bene chi ride l’ultimo: al cantautore emergente (e in questa veste mai del tutto emerso, scegliere l’Ultima spiaggia per il debutto non gli ha certo portato fortuna) David Riondino, che l’anno prima gli aveva rifatto il verso con l’infamante e spassosa “Lo gnegno”, Angelo Branduardi risponde nel 1979 con il primo, vero successo internazionale dopo i ripetuti assaggi di “Alla fiera dell’est” e “La pulce d’acqua”.
“Cogli la prima mela”, che sarà replicato nell’80 in versione inglese (“Life is the only teacher”) e francese (“Va où le vent te mène”), è il quinto album del cosiddetto “menestrello di Cuggiono” , il terzo inciso con la Polydor. Il cambio di etichetta aveva giovato a Branduardi, trasformando in una sorta di giocoso e saltellante “world artist” (“danzala la vita tua/al ritmo del tempo che va”) - molto prima che la world music acquistasse diritto di cittadinanza - l’ombroso, lunatico e introverso studente di filosofia baciato, nell’omonimo disco d’esordio per la Rca, dalla collaborazione con un mostro sacro del rock inglese come l’arrangiatore Paul Buckmaster (Elton John, David Bowie, ma anche violoncellista nella Third Ear Band).


Folgorante l’apertura dell’album, sapore di Grecia e ritornello-tarlo per la title track, una gustosa “horiatiki” nella quale ti aspetteresti di trovare, insieme alla feta, ai pomodori e ai cetrioli, la vocalità impareggiabile di Demis Roussos. Ma se Angelo, che pure ha una voce dal timbro unico, non possiede certo le doti del cantante greco-egiziano, il frutto si lascia cogliere, eccome. Perpetuando fino a noi nella sua integrità quel tempo delle mele che tanto ingenuo forse non era (“Stringilo forte a te/l’amico che ti sorriderà/e fortuna a chi se ne va”).
Odori mediterranei e curiosità antiche (culminate nei tre album medieval-rinascimentali “Futuro antico”, l’ultimo dei quali pubblicato il 25 ottobre 2002 addirittura da Emi Classic) si rincorrono nelle tracce successive, dove il flauto sopranino e il dulcimer suonati da Branduardi si sposano coraggiosamente - onore al merito dell’arrangiatore Maurizio Fabrizio, a suo agio anche con i solisti della Munich strings orchestra - con le tastiere elettroniche tra le quali si muove Franco Di Sabatino, già nel Rovescio della Medaglia “sinfonico” di “Contaminazione” (la band è completata dallo stesso Fabrizio al piano e alle chitarre, dal chitarrista dei Goblin Roberto Puleo e dalla sezione ritmica formata da Gigi Cappellotto al basso e Andy Surdi alla batteria).
Dopo “Cogli la prima mela” si passa da “Se tu sei cielo” ai due volti dell’eterno femminino (“La strega”, festosa e amara al tempo stesso, e la possente “Donna ti voglio cantare”), finché - attraversando la dolce, campestre “La raccolta” e la tenue poesia di “Colori” - si arriva a un altro pezzo forte del disco, “Il signore di Baux”, con Angelo che indossa le vesti amate del poeta di corte (“siede a banchetto la sua dama/lo sguardo assorto…/fuoco e calore nelle sue sale/danze, colori e allegria”) per un brano che - fatte le debite proporzioni - non stonerebbe nella colonna sonora di “Barry Lyndon”.
E se la chitarra elettrica che svisa nella successiva “Il gufo e il pavone” (il cui testo vuole quasi dare ragione al malizioso Riondino…) può essere considerata una non troppo riuscita escursione nel rock, Branduardi torna subito in sé per una chiusa di quelle che non si dimenticano, la toccante e maestosa “Ninna nanna”, oltre sette minuti rassicuranti nella musica e inquietanti nelle parole, che Angelo ha scritto come sempre insieme alla moglie Luisa Zappa: “L’ho addormentato nella culla/e l’ho affidato al mare/che lui si salvi o vada perduto/e mai più non ritorni da me”. Forse un disco per chi l’ha fatto è un po’ come un figlio, e in questo caso dobbiamo ringraziare il mare. Come l’ha preso, così ce l’ha restituito: non era il suo destino, che questo album andasse perduto.