«LARGO - Brad Mehldau» la recensione di Rockol

Brad Mehldau - LARGO - la recensione

Recensione del 05 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ecco un nome che tutti dovrebbero conoscere o quantomeno tenere d’occhio: Brad Mehldau. E quando diciamo “tutti”, non è un caso. Brad Mehldau è un pianista jazz, genere di cui Rockol parla solo saltuariamente, occupandosi dei nomi più noti o in qualche modo più vicini al "mainstream". Ci permettiamo di segnalarvi questo artista – come d’altronde avevamo fatto già due anni fa, quando uscì “Places”. A maggior ragione, lo riportiamo alla vostra attenzione, data l’uscita di questo “Largo”.
Per l’ascoltatore rock, basta un’occhiata alla tracklist per trovare qualche motivo d’interesse: vi compaiono reinterpretazioni di “Paronaid android” (Radiohead) e due brani dei Beatles, “Dear prudence” e “Mother nature’s son” quest’ultima unita ad un motivo di Jobim. Mehldau si è fatto conoscere da un vasto pubblico, oltre che per la sua fama di erede di Bill Evans e Keith Jarrett, anche per questo motivo: la sua propensione a sconfinare in territori pop, trattando le “canzonette” come se fossero degli standard jazz. Dei Radiohead, qualche tempo fa, aveva riproposto già “Exit music (for a film)”, in repertorio ha brani di Neil Young, Beatles, Nick Drake.
Questo disco, che per il resto comprende composizioni originali, ha anche altri motivi d’interesse. Pur essendo un disco jazz ha una filosofia sonora molto vicina al pop-rock. Il suono della batteria, innanzitutto: ritmica e cadenzata, suonata da sessionmen ben noti come Jim Keltner e Matt Chamberlain, oltre che dal tradizionale accompagnatore "jazz" Jorge Rossy. Ed una gestione del suono, un’effettistica sul piano, che viene accompagnato da archi e fiati, che nel jazz è molto difficile da sentire ma pi più simile a sperimentazioni tipiche del rock.
Il risultato è un disco tanto bello quanto difficile da definire: jazz romantico nel tocco pianistico – non è un caso se spesso Mehldau viene paragonato a Evans –, costruzioni sonore elaborate, che sconfinano nel drum ‘n’ bass (“Wave/Mother Nature’s son”) o in una strana versione del piano hard-rock (“Sabbath”. Appunto…). E se questo non vi basta, è sufficiente proprio la stupenda interpretazione di “Paranoid android”: un brano già complesso all’origine, riletto senza banalità e con ottime idee interpretative di fondo, ed estremamente piacevole. Insomma, un jazzista che è tale, ma la cui musica è capace di attirare ascoltatori molto diversi.

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