«DAL LOFAI AL CISEI - Bugo» la recensione di Rockol

Bugo - DAL LOFAI AL CISEI - la recensione

Recensione del 04 ott 2002 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Eccolo, Bugo. “Lofai” o “Ci sei”?, si chiede nel titolo di questo album. Cisei, Bugo, cisei. Perché Cristian Bugatti è e rimane una delle più belle sorprese del panorama musicale italiano degli ultimi tempi. Anche se questo disco, lo diciamo per obbiettività, non è certamente il migliore della sua giovane carriera, pur essendo una prova decisamente buona.
Molti episodi dimostrano quanto sia maturato e cresciuto come musicista. Ma al confronto con quel gioiello di “cantautorato rock-bastardo” che era “Sentimento Westernato”, questo “Dal lofai al cisei” perde qualcosa in omogeneità e, talvolta, in freschezza: c’è tanta carne sul fuoco e, a volte, è troppo elaborata la cucina. Se le prime tre canzoni sono forse i brani più belli scritti da Bugo sino ad oggi, il resto del disco prosegue in un sali-scendi qualitativo non sempre ai massimi livelli: se è vero quello che in molti – Rockol compreso – hanno scritto, da Bugo è lecito pretendere il massimo. Non si può fargli complimento più grande.
Ma partiamo dall’inizio. “Portacenere” apre il disco annunciandosi con un crescendo di chitarra che sfocia in un riff semplice e potente, impreziosito da qualche orpello elettronico; un ritornello fulminante esclama: “Nella mia mente cresce il contenuto del portacenere”.
“Con il cuore nel culo” potrebbe essere definita la “Alla fiera dell’Est” del 2002 (in versione sboccata): l’andare cantilenante ricorda proprio la ballata di Branduardi, ma sicuramente le mamme non potranno cantare questa canzone per far addormentare i pargoli.
Con “Piede sulla merda” si raggiunge uno degli apici del disco: un brano con un ritornello memorabile e un testo di una comicità irrefrenabile. La canzone non è che un classico blues sporco e malandato, centrato sulla sventura del nostro eroe nell’aver pestato una cacca, e sui relativi commenti dei passanti al cospetto della divertente scenetta.
Si prosegue con la classica ballata “La mia fiamma”, la cui semplicità è messa in contrapposizione con il caos rumoristico di “Pasta al burro”, che segue. Questo brano, già presentato dal vivo, viene qui rallentato e riempito di effetti che creano un terreno brullo e impervio, sul quale la voce rappa un testo spesso incomprensibile. Qui Bugo anticipa un suo lato “industrial”, poi svelato in “Milano tranquillità” e “Fai la fila”: la prima parte più “pulita” per concludersi con una chitarra che si fonde con il cantato distorto e con mille giochini elettronici; la seconda, invece, affonda ancora di più le radici nel torbido, presentandosi come un brano hard core rallentato con un vocoder puntato sulle basse tonalità. Tutti e tre gli episodi risultano alquanto “pesanti” rispetto al resto del disco, ma rispecchiano un lato sempre presente nella musica di Bugo. Il quale non è altro che il “rappresentante melodico” di un gruppo di artisti che fa capo ad etichette di musica “sperimentale”, come Bar La Muerte, Snowdonia e Wallace Records, e band di stampo rumoristico (ma è un termine troppo semplicistico) come le Allun e i R.U.N.I..
Il disco prosegue con “Casalingo”, scelto come primo singolo. E’, infatti, il brano più “classico” di quest’album: un bel giro di chitarra distorta e un basso supportano la voce (più pulita che mai) del musicista novarese. La versione del disco è leggermente diversa da quella presentata sul CDS, che smussava alcune asperità poco radiofoniche.
Segue un'altra ballata dai contorni bucolici, “Morbida scheggia” (non stiamo a rovinarvi la sorpresa sul significato del titolo); la canzone anticipa la già citata “Milano tranquillità”. Si arriva quindi ad uno dei brani migliori del disco, “Io mi rompo i coglioni”. Quest’inno sui generis si insinua nella mente con un ritornello che non può che rimanere inciso nella memoria. In questo brano Bugo mette in mostra tutte le sue qualità di artigiano musicale: chitarra acustica, batteria e un testo esplosivo che parte con il verso “Quando mi butto giù non faccio le flessioni” e continua con il refrain “Non guardo neanche la TV/ perché mi rompo i coglioni”, che echeggia i CCCP (“non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport”, cantava Ferretti in “Io sto bene”, ma siamo sicuri che questa reminscenza è solo una nostra impressione). Se musicalmente le canzoni di “Dal lofai al cisei” non sono tutte allo stesso livello, le liriche risultano sempre eccellenti: sia quando virano sul lato più comico e visionario, sia su quello più realistico e, a tratti, drammatico e arrabbiato. Un esempio per tutti è la breve storiella di “La mia fiamma” in cui il soggetto del titolo non è solo un amore spassionato ma anche una ragazza che prende fuoco con Bugo, che gioca sull’immagine fintoromantica della sua “fiamma che brucia” nel dramma di un amore impossibile. Ma altri esempi li troviamo nella visione dolce e a tratti bucolica di “Morbida scheggia” in cui il Nostro canta “Uno zingaro balla attorno al frigo/ La notte lo segue diventa metallo”, o nel rap nevrotico e delirante di “Pasta al burro”, oppure nella terribile immagine di una Milano tra rumore e fuoco di “Milano tranquillità”.
Certo, questo “Dal lofai al cisei” non è il disco con il quale lanciare una nuova stella nel firmamento della discografia, e certo rimane da verificare come Bugo, ora che è passato alla multinazionale Universal, si ambienterà in questo contesto non proprio “elastico”. I primi segnali (aspettate di leggere l’intervista realizzata proprio nella sede della multinazionale, che Rockol pubblicherà lunedì) sembrano per fortuna interessanti e promettenti: il ragazzo non ha cambiato atteggiamento.

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