«EDERLEZI - Goran Bregovic» la recensione di Rockol

Goran Bregovic - EDERLEZI - la recensione

Recensione del 02 giu 1998

La recensione

"Ederlezi" ci trasporta nel magico mondo musicale di Goran Bregovic, musicista di Sarajevo di padre croato e madre serba, un passato di rockstar alle spalle con i White Button. 13 album con quel gruppo, lui il simbolo della gioventù Yugoslava, fino a non poterne più. Il cambiamento di rotta avviene con la realizzazione della colonna sonora del film "Il tempo dei gitani", del 1989: a dirigerli c’è il regista Emir Kusturica, già bassista punk a Sarajevo, poi a Praga come studente di cinema e infine professionista. I due si conoscono da quando sono adolescenti, e si ritrovano per lavorare insieme. "Il tempo dei gitani" mette in mostra tutta la passione di Bregovic per la musica tradizionale del suo paese così come per quella rom, fonde insieme Balcani e gli zingari in un tessuto musicale indissolubile e struggente. Sono musiche per matrimoni e funerali, gli avvenimenti che, più degli altri, scandiscono i ritmi di vita dei gitani, finendo, pur nella loro diversa conformazione, per assomigliarsi per la stessa ragion d’essere. De "Il tempo dei gitani" "Ederlezi" finiva per essere il tema portante, anche se qui c’è dell’altro, insieme alla musica scritta per Kusturica: l’album contiene infatti estratti dalle colonne sonore di "Toxic affair" (film della Philomene Esposito che vedeva tra gli attori Sergio Castellitto), "La regina Margot" e gli altri due film di Kusturica "Arizona Dream" (questo uscito soltanto di recente in Italia) e l’arcinoto "Underground. Sono musiche assai diverse tra loro, e in diversi brani si può persino godere della presenza di ospiti come Iggy Pop, Cesaria Evora, Ofra Haza, Johnny Depp e Scott Walker, presenti nelle colonne sonore dei due film non di Kusturica. Ma il vero gioiello è rappresentato dai brani per così dire ‘gitani’, incarnazione di una vitalità musicale che Bregovic insegue da lungo tempo. Le sue musiche sono lontane dai gitani chiassosi e irresistibili della Kocani Orchestar, sembrano maggiormente sospese in un’ansia formale che le rende quasi aristocratiche, ma da esse trapela comunque quella febbre vitale che da sempre è caratteristica tanto di quella musica che della cultura da cui essa proviene. "Ederlezi" è, in questo senso, una chiave d’accesso ad un mondo che aspetta solo di essere conosciuto e che saprà stupire per la sua ‘eccessività’ e che ci mostra il profilo artistico di un importante musicista del ‘900

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