«DEEP NATURAL - Michelle Shocked» la recensione di Rockol

Michelle Shocked - DEEP NATURAL - la recensione

Recensione del 14 mag 2002

La recensione

Le conversioni religiose, si sa, non sempre hanno giovato alla causa della musica. Anzi: i detrattori del rock “mistico” avrebbero buon gioco nel sostenere le loro tesi citando il Dylan disorientato di “Saved”, il Van Morrison obnubilato dalle teorie di Ron L. Hubbard, la Patti Smith angelicata e un po’ esangue di “Wave”, il Cat Stevens perso nei meandri dell’Islam. Ma non è detto che le cose debbano sempre andare in questo modo. A Michelle Shocked, per esempio, la fede ha dato la forza per tirarsi fuori da una palude professionale e contrattuale che da sei anni la teneva distante dal “mercato” ufficiale, complice la sua abitudine di fare a cazzotti con il business musicale (fece scalpore, anni fa, la sua invocazione in tribunale del 13mo emendamento della Costituzione americana - la norma che impedisce la reintroduzione dello schiavismo - per liberarsi di ogni obbligo nei confronti della casa discografica Mercury: da allora la musicista texana ha recuperato i diritti su tutto il suo catalogo, che si appresta a ripubblicare in versioni arricchite da “bonus” e inediti).
L’inquietudine spirituale, che oggi sembra finalmente placata, e la sua natura di hobo senza requie l’avevano nel frattempo spinta verso le più diverse latitudini musicali, portandola a reinventarsi di volta in volta come squatter punk politicizzata, revivalista del repertorio swing anni ‘40, folksinger/globe trotter alla ricerca delle origini della musica tradizionale americana. Finché, ficcando il naso in una chiesa gospel di Los Angeles, si è (ri)scoperta dentro una gran voglia di musica nera, e insieme un desiderio di spiritualità che in questo nuovo disco trabocca da tutti i lati. Non è una sorpresa, per chi l’ha vista di recente esibirsi dal vivo (anche in Italia) o ha avuto modo di procurarsi i dischi a tiratura limitata che vende ai concerti o sul suo sito Internet. Ma anche per gli altri non sarà troppo difficile riconoscerla: anche se nel frattempo a Michelle è cresciuto un vocione capace di muovere le montagne (più sul palco che in studio, in verità), e il suo corredo musicale si è tinto inequivocabilmente di “black”. Blues e gospel, come li intendono lei e il coproduttore Fiachna O’Braonain (ex Hothouse Flowers), sono ornati di steel guitars e fiati in stile “marching band”, di echi e riverberi, di ritmi in levare e di bassi profondi: si colorano di Louisiana, di Giamaica e di dub, insomma, in titoli come “What can I say”, “Can’t take my joy” e “Why do I get the feeling”, portando il discorso alle estreme conseguenze in “Dub natural”, raccolta di selezioni strumentali abbinata in omaggio al nuovo disco. Bisogna dire che il repertorio non è nuovissimo, provenendo per la gran parte da “Good news”, un disco autoprodotto e a tiratura limitata che risale ormai a quattro anni fa; ma la sua ancora limitata esposizione pubblica non ne intacca più di tanto la freschezza: da quella collezione di “demo” ormai irreperibile proviene anche il brano omonimo, un gospel-blues di immacolata, stridente ruvidezza che ravviva l’antica vis polemica dell’artista per raccontare di una sollevazione popolare contro l’installazione di un impianto industriale tossico in una cittadina della Louisiana. “Peachfuzz”, più di altre, è immersa in quel godereccio New Orleans sound che “Sister Shocked” respira ormai abitualmente come cittadina adottiva della Crescent City; la splendida “That’s so amazing” è immersa in una serafica “beautiful vision” morrisoniana mentre la Shocked cristiana rinata svela le sue nuove convinzioni in “Forgive to forget” facendo poi esplodere tutto il suo fervore mistico in “Psalm”, febbrile rivisitazione di un salmo biblico. Ma c’è un altro lato nel disco, nel quale Michelle imbraccia la chitarra acustica per riprendere il filo della folk song alla “Anchorage” (“If not here”) e citare, guarda un po’, persino Stephen Stills nell’attacco di “Moanin’ dove”. Non è sempre lucida e stringata come nel suo miglior repertorio del passato (l’estenuata “Go in peace” ne è un esempio), mancano canzoni memorabili come “Come a long way” e magari un orecchio esterno e più distaccato avrebbe assicurato una marcia in più alla produzione (chi riuscirà mai a catturarne su disco la selvaggia potenza vocale?). Ma resta il fatto che “Deep natural” è un disco “down home” (come direbbero i bluesmen) e allo stesso tempo estremamente personale che arde di passione, slanci visionari e ottimismo della volontà. E che la fede non ha accecato il gran talento di Michelle Shocked.

(Alfredo Marziano)
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