«CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL (BOX) - Creedence Clearwater Revival» la recensione di Rockol

Creedence Clearwater Revival - CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL (BOX) - la recensione

Recensione del 15 mar 2002

La recensione

Nella storia della musica popolare americana, i Creedence di John Fogerty rappresentano un paradosso quasi paradigmatico: all’influenza enorme che hanno esercitato sull’immaginario musicale di più generazioni (chi non conosce “Proud Mary” e “Who’ll stop the rain” ?) ha sempre corrisposto, salvo tardivi e parziali riconoscimenti ufficiali, uno status tutto sommato modesto nell’olimpo delle icone rock. Sarà stata colpa della sofferta contemporaneità con i Beatles pigliatutto, sarà stato l’estraniamento dichiarato dal “mood” cultural-musicale dominante nell’area in cui il gruppo crebbe e maturò (la Bay Area hippy degli anni ’60), ma da buoni rappresentanti della “working class” americana i quattro californiani hanno sempre dovuto rimboccarsi le maniche per raccogliere i frutti della loro cocciuta aderenza a canoni stilistici rigorosamente fuori moda (frutti assai abbondanti se misurati in termini di successo economico, molto meno sotto il profilo della considerazione critica).
Eppure, proprio come lo Springsteen della seconda metà dei ’70 (e come sottolineano puntualmente le note di introduzione a questo box in 6 Cd che ne ripercorre l’intera produzione discografica), furono loro, più di ogni altro, a salvare all’epoca il rock and roll dall’overdose di sballi psichedelici, dal velleitarismo pretenzioso di troppi “concept album”, dalla banalità evanescente di tanta musica concepita ad esclusivo uso radiofonico. Tornando agli ingredienti essenziali e primitivi della formula: due chitarre (ritmica e solista) pizzicate con ruvida determinazione, un basso e una batteria dall’implacabile e simbiotica spinta propulsiva, una voce baritonale alla cartavetro ispirata ai grandi “shouter” del blues e del soul sparata in primissimo piano nel missaggio sonoro. Non basterebbe ancora, però, se il padre-padrone John Fogerty (autore, arrangiatore, produttore, cantante e manager del gruppo fino al “democratico” ma infelice capitolo finale di “Mardi gras”) non avesse dimostrato, in poco più di quattro anni di febbre produttiva, uno straordinario “killer instinct” per la canzone rock. Tre accordi, strofa, ritornello, assolo (quando necessario) e stop: non serviva altro per entrare in classifica e (tardivamente) nella storia. Ma non bisogna pensare ai Creedence come ad una creatura musicale monodimensionale: nell’arco dei cinque album chiave della sua produzione (da “Creedence Clearwater Revival”, 1968, al “Cosmo’s factory” di appena due anni successivo), Fogerty ha saputo masticare con assoluta padronanza l’R&B sulfureo di Screamin’ Jay Hawkins e la jug music di matrice rurale (nota dominante dello splendido “Willie and the poorboys”), il soul di marca Motown (la sua versione di “I heard it through the grapevine” rivaleggia in bellezza con quelle di Marvin Gaye e Gladys Knight) e il rock dei Fifties (Roy Orbison), il country and western di Buck Owens (“Lookin’ out my backdoor”) e le allucinazioni psichedeliche amplificate dall’incubo del Vietnam (“Run through the jungle”: e forse non è un caso che una delle sequenze più celebri e surreali dell’ “Apocalypse now” di Coppola veda le conigliette di Playboy dimenarsi per le truppe al fronte sulle note ipnotiche di “Susie Q”). Inventandosi nel contempo dal nulla, lui californiano provinciale di El Cerrito, un torrido swamp-rock di marca sudista virtualmente ambientato tra le spettrali paludi della Louisiana.
Ed ecco allora scaturire dalla sua magica penna i successi che tutti gli over-40 conoscono a memoria (c’è bisogno di citarli? “Green river” e “Bad moon rising”, “Lodi” e “Fortunate son”, “Travelin’ band” e “Have you ever seen the rain?”...), per raccogliere i quali basterebbe però uno dei tanti greatest hits usciti nel corso degli anni (uno, a cura della RTI oggi S4, di origine tutta italiana). Se invece non ci si accontenta, è consigliabile rivolgersi a questo box sestuplo, i cui meriti non risiedono tanto nell’inclusione dei due dischi “live” postumi, aggiunte poco significative ad un sound che già in studio era nato in bianco e nero, senza paramenti e senza fronzoli; e neppure nel primo Cd che in 24 canzoni ripercorre i primi sei anni di carriera (1961-67), dal pop adolescenziale alla Paul Anka di Tommy Fogerty & the Blue Velvets ai Golliwogs infatuati di Beach Boys, garage e British Invasion (“Fight fire”, “Tell me” e la prima versione di “Walking on the water”, poi nel repertorio Creedence, non sfigurano comunque rispetto ai modelli di ispirazione).
E’ piuttosto riascoltando nella loro interezza, uno dopo l’altro, gli album “storici” della band che si assaporano le soddisfazioni maggiori, rinfrescandosi la memoria su un catalogo di altissimo standard medio (e anche la rimasterizzazione a 24 bit fa la sua parte nel verniciare a nuovo le emozioni): il tambureggiante boogie-rock di “Bootleg” e il lugubre blues elettrico di “Graveyard train” confermano in “Bayou country” il disco più scabro e tagliente del quartetto; “Wrote a song for everyone” (da “Green river”) ha il passo epico e la melodiosa maestosità di certi affreschi della Band di Robbie Robertson; “Feelin’ blue” (da “Willy…”) è un R&B chitarristico dall’incedere incalzante ed ipnotico, e “Long as I can see the light” (“Cosmo’s factory”) una delle più nitide ballate in repertorio. Persino l’altalenante “Pendulum” riserva piccole, misconosciute chicche come il soul da mattonella di “It’s just a thought” (all’Hammond, non per nulla, c’è Booker T). Insomma, non è solo di una implacabile band di hitmaker che stiamo parlando: e questa opera omnia, arricchita da una serie di profili/recensioni firmati da nomi illustri del giornalismo rock americano, è l’occasione giusta per ricordarselo.

(Alfredo Marziano)
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