«PUZZLE - Tahiti 80» la recensione di Rockol

Tahiti 80 - PUZZLE - la recensione

Recensione del 12 gen 2001

La recensione

Un cd che non comprereste mai se doveste fidarvi solo del libretto. L’oscuro gruppo denominato Tahiti 80 (nome non certo attraente) aggrava la situazione con una copertina davvero respingente: il fumetto di due giovani che indossano terribili occhiali e hanno terribili capelli, sullo sfondo di una spiaggia.
Di fatto la band può contare sulle forze di quattro sagaci francesi innamorati dei Kinks (è in omaggio a Ray Davies il brano “Mr. Davies”). Cercando un riferimento più vicino al presente si potrebbe dire che gli Air sono la loro controparte elettronica, e i Belle & Sebastian quella acustica: definizioni limitate, entrambe, perché i Tahiti 80 sono in realtà dotati di una loro personalissima, coerente, complessa visione del mondo. Questo “Puzzle” è il loro primo LP, e arriva in Italia con quasi un anno di ritardo; Oltralpe è già uscito il loro secondo album, “Extra pieces”, che se tutto va bene noi vedremo tra un anno (potenza del mercato discografico).
Tredici canzoni in tutto, tra cui un’ispirata cover di AR Kane (“Love from outer space”): il disco può contare su un accuratissimo lavoro in studio, che si è valso anche dell’intervento di due membri dei Fountains of Wayne e di quello di Tore Joanson dei Cardigans (impegnato al mixaggio). Così da un’alchimia strana e un po’ misteriosa è venuto fuori un album che mostra le sane radici rock del gruppo ma anche la sua sviscerata passione per il pop; un album morbido, con tutti gli angoli smussati, mai urlato, mai esagerato.
Più in generale un album fatto di canzoni che suonano fresche e allo stesso tempo se ne stanno immerse in un’atmosfera vintage, vagamente nostalgica. E’ come se la patina del tempo si fosse posata su ogni suono e ogni brano di “Puzzle”, dando corpo e spessore all’intero disco: ascoltate per esempio l’atmosfera malinconica di “Heartbeat” oppure l’arrangiamento d’archi di “Swimming suit”, o ancora il vocoder di “Mister Davies”, o le tastiere anni 60 di “Yellow butterfly”. Non mancano fiati, chitarre à la Beatles (“Made first”), c’è pure il mellotron, ma tutto è sapientemente dosato e ogni strumento – caso raro – ha il suo spazio. Un disco essenziale, questo: i Tahiti 80 fanno un pop che se ne frega di tutto e che allo stesso tempo rispetta tutte le regole. Uno dei lavori più originali dell’anno (scorso), a patto di non far caso all’orribile pronuncia inglese del cantante: un peccato veniale.

(Paola Maraone)
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