«IL MIO TEMPO - Massimo Di Cataldo» la recensione di Rockol

Massimo Di Cataldo - IL MIO TEMPO - la recensione

Recensione del 07 ago 2001

La recensione

Massimo Di Cataldo è un bel ragazzo che da un po’ di anni pubblica dischi, con canzoni scritte da lui. Sedici di queste sono raccolte ne “Il mio tempo”, greatest hits con due inediti. Quel che fa Di Cataldo è noto: canzoni che coprono l’arco che va dal pop melodico italico al rock melodico sempre italico. C’è chi le apprezza, visto che un qualche successo commerciale lo hanno.
Ciò premesso occorre aggiungere che lui sfoggia una buona tecnica vocale. Trovare qualcos’altro di positivo è impresa ardua. Purtroppo dentro a queste composizioni c’è poco. Povere e insipide, fatte di melodie ricalcate e testi quasi sempre inconsistenti.
Ecco perché: Di Cataldo consulta il rimario nell’edizione del 1960, quello che riportava quasi soltanto i “cuore/amore”, i “tu/più”, i “pelle/stelle”. E per esempio invece di dire “i miei sogni” sfoggia un “i sogni miei”. Capiamo i problemi di metrica, ma negli ultimi quarant’anni qualcuno è riuscito a superarli. Lui non ancora.
Ma non è solo un fatto di forma, anche i contenuti sono poca cosa. C’è lei che lascia lui, o comunque loro si sono lasciati. Allora lui spiega che succede “Senza di te” oppure si chiede “Cosa rimane di noi”. Mentre prima si era premurato di illustrarci che accadrà mai “Se adesso te ne vai”. Quando invece le cose andavano bene lui sospirava “Come sei bella” e sosteneva “Non ci perderemo mai”. E così via con il resto della casistica. Quasi sempre trattate in modo scontato.
Possibile che non ci sia qualcos’altro da dire su un rapporto d’amore o sui pochi altri temi trattati? Qualche particolare, qualche sfumatura, qualche prospettiva diversa di racconto?
Per il resto Di Cataldo ramazzottegia (in “Una ragione di più” anche in compagnia dell’originale). A volte il molliccio tessuto musicale pare irrobustirsi. Ma pare solo. Le chitarre abbaiano ma non mordono. Qualche trovatina d’arrangiamento (tipo una flebile chitarra alla The Edge in “Soli” o la strofa di “Non ci perderemo mai”) non cambia la sostanza. E non la cambia neanche il fatto che in un pezzo collabori Youssou N’Dour o che Di Cataldo abbia registrato anche negli studi della Real World di Peter Gabriel. Siamo seri.
L’unico pezzo che si salva è quello che dà il titolo al disco e che è anche uno dei due inediti.
Buon ascolto a quelli che apprezzano dischi come questo. Magari qualcuno li informi che ce ne sono anche altri.

(Francesco Casale)
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