«THE COLLECTION - Chris De Burgh» la recensione di Rockol

Chris De Burgh - THE COLLECTION - la recensione

Recensione del 06 ago 2001

La recensione

Ci sono alcuni musicisti il cui successo è davvero inspiegabile. Ci sono quelli che, per astuzia propria o della casa discografica, hanno tentato di far soldi grazie all’immagine; altri si sono inventati cliché con cui giocare ripetendosi all’infinito; oggi le strategie sono ancora diverse rispetto a un tempo. Si studia, si analizza, si seziona, si seleziona e ancora si medita. E alla fine si trovano delle carenze nel mercato musicale da riempire con un nuovo prodotto. Chris De Burgh non rientra in nessuna di queste supposizioni (personalissime, per carità). Eppure, pur non essendo uno dei nomi più conosciuti, continua ad avere un ragguardevole seguito di ammiratori che si aggregano in fan club, incontrandosi e scambiandosi materiale, e facendo tutto il possibile per discorrere delle ultime avventure del proprio beniamino. In fondo, come qualcuno diceva, 40 milioni di dischi venduti in tutto il mondo nel lasso di una carriera quasi trentennale, non possono ingannare. E neppure il ragguardevole patrimonio di oltre 100 miliardi di lire stipato da Chris nella sua bella tenuta irlandese può insinuare il fallimento dell’artista. E la musica? La musica sembra piacere. Specialmente in Brasile e Svizzera. Chris certo è genuino; si impegna; è appassionato; anche se le raccolte “del meglio” cominciano ad essere un po’ troppe. Però, ed è curioso, la sua storia mi fa rimembrare una bella frase – una delle poche, a dire il vero – che mi venne detta da un buon insegnante tempo addietro: “La tecnica può essere insegnata e imparata, con l’impegno e la perseveranza; al contrario, il talento non può essere trasmesso in alcun modo”. Ecco. Chris è il soggetto in questione. Gli piace la musica, forse anche tanto, e un po’ di tecnica gli è entrata nelle mani; ma il talento, quello necessario per realizzare delle belle melodie pop arrangiate in modo elegante, proprio gli manca. E naturalmente niente, né l’esempio dei colleghi più dotati, né lo studio, né il tempo, lo ha potuto aiutare. Chris – è un peccato – risulta piuttosto kitch. Almeno per chi ha buon gusto, nel senso più artistico-estetico del termine. Questa “The collection”, come già il titolo fa prevedere, dovrebbe raccogliere il meglio del cantautore nativo dell’Argentina; e sarà anche così, ma nelle 14 tracce raccolte si fa davvero fatica a trovare qualcosa di valido. Sì, è vero, c’è quella “The lady in red” che tanti ha fatto sospirare sul finire degli anni ’80, e c’è, naturalmente, anche “Don’t pay the ferrymen”, che portò a De Burgh un buon successo di classifica. Ma ascoltare la sua musica è come imbattersi in uno di quei quadri in cui mancano le proporzioni, i colori sono male accostati e persino il soggetto è banale. E spiace. Perché Chris è simpatico. E lo è stato ancora di più quando finalmente ci ha rivelato che la tanto celebrata “donna in rosso” non era certo sua moglie.

(Valeria Rusconi)
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