«JUST LIKE GRAVITY - CPR» la recensione di Rockol

CPR - JUST LIKE GRAVITY - la recensione

Recensione del 25 lug 2001

La recensione

Non diventerà – non sono più quelli, i tempi – un’icona hippy, un distintivo da appuntare sull’American Dream e sul bavero della controcultura come CSNY, ma CPR è già un simbolo da ostentare con orgoglio per chi crede che l’utopia californiana, in qualche modo, non è mai finita: non se si tratta di inseguire ancora un’ecologia dei suoni, un’estetica che profuma di grandi spazi, natura incontaminata e apertura della mente senza gli artifici e le semplificazioni mistificatorie di tanta “ambient” e new age di questi giorni. Il bello è che il trio – David Crosby, chitarra e voce, il figlio ritrovato James Raymond, tastiere, e Jeff Pevar, chitarra solista – non indulge solo in nostalgie, annusa i tempi nuovi e porta vento fresco sulle sponde del Pacifico. Ci era riuscito un paio d’anni fa con il primo album di studio, si ripete e anzi si supera con questa seconda prova (dal vivo, poi, come spesso succede ai grandi talenti, si produce uno scatto ulteriore, impossibile da catturare in sala). Sarà che Crosby, voce esile e flessibile come un giunco ingabbiata in una corporatura goffamente ingombrante, sa ancora toccare le corde del cuore e della chitarra con quel suo stile inimitabile che, veleggiando leggero tra arpeggi folk, armonizzazioni jazz e flash psichedelici, restituisce come pochi altri l’incanto mistico e assorto di certe ambientazioni californiane, il blu increspato di schiuma dell’oceano e i tramonti sulle alture di Tamalpais. O che Pevar è uno dei migliori chitarristi rock oggi in circolazione, stringato quando la partitura non ammette sbavature, impeccabile nel contrappunto alle armonie vocali, pronto a liberare la chitarra (elettrica o acustica che sia) in soli brevi e brucianti ogni qual volta lo spazio della canzone lo concede. Si finirebbe per essere ingiusti nell’individuare in Raymond l’anello più debole della catena: perché il giovane musicista risulta anch’egli strumentalmente ineccepibile (soprattutto nel fluido fraseggio pianistico) e perfetto controcanto vocale al leader (sarà il legame di sangue, ma l’alchimia funziona eccome) oltre a rappresentare, non va dimenticato, anche il primo motore e causa scatenante dell’ennesima rinascita artistica del vetusto genitore. Ma è indubbio che a convincere meno, nel disco, sono certe sue sterzate in direzione fusion sul modello Steely Dan (che anche David, d’altra parte, adora: si ascolti l’iniziale e peraltro assai piacevole “Map to buried treasure”, aperta da un inatteso riff in puro stile The Edge), che conferiscono una patina un po’ troppo fredda e formale a una musica che insegue sempre e comunque canoni estetici di alto livello. E’ il puro talento del patriarca Crosby, viceversa, a condurre le danze nei momenti migliori: l’acid folk elusivo, quasi impalpabile, del suo miglior repertorio rinasce negli stop and go e nelle scale jazzate di “Kings get broken” (coronata da un bel coro in odor di gospel), nella assorta, quasi spettrale semplicità acustica di “Just like gravity”, nel magnetismo di “Climber” (sembra quasi di sfogliare le pagine ingiallite di “CSN” o “If I could only remember my name”: “Guinnevere” e “Traction in the rain” non sono troppo distanti). “Angel dream” esplode come un tramonto infuocato di suoni e voci, “Coyote king” vede Raymond ripercorrere felicemente le orme di Bill Payne e dei Little Feat, e “Eyes too blue” è un altro squarcio irresistibile, una delicata e malinconica ballata californiana come Dio comanda incorniciata da un’armonica che più younghiana non si può. Non è tutto di questo livello, ma chi osava ancora chiedere tanta grazia e poesia all’uomo che più di una volta ha fatto il viaggio di ritorno dall’inferno?

(Alfredo Marziano)
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