Ode a quella rockstar di Dolly Parton
L'articolo che trovate qui sotto è stato originariamente pubblicato su Rockol il 15 novembre 2023, alla vigilia dell'uscita di quello che passerà alla storia come l'ultimo album inciso da Dolly Parton, "Rockstar". Dolly Parton è morta oggi all'età di 80 anni. Se ne va un'icona della musica, un'artista coraggiosissima che a modo suo ha cambiato le regole del gioco. A rileggerlo oggi, l'articolo suona davvero un'ode a una rockstar, un tributo dovuto. "We will always love her": viene da citare la sua "I will always love you", la canzone che rifiutò di cedere a Elvis quando lui era all'apice del successo e gli autori facevano la fila per il re, disposti anche ad accettare di accreditarlo come co-autore delle loro canzoni - una prassi portata avanti dal manager di Elvis, il "colonnello" Parker - pur di vederle incise da lui. Dolly ebbe il coraggio di dire "no", come avrebbe raccontato anni dopo. "I will always love you" apparve nel 1974 nell'album "Jolene" di Dolly Parton. Nel 1992 Whitney Houston la reinterpretò per la colonna sonora del film "Guardia del corpo", un successone. In pochi, però, sanno che quella di Whitney è in realtà una cover. «Spero solo che un giorno morirò nel bel mezzo di una canzone sul palco e quella canzone sia mia», diceva Dolly Parton. Non è stato così, purtroppo. E sì, "We will always love her".
Duetta con Sting sulle note del classico dei Police “Every breath you take” e con Steven Tyler degli Aerosmith sulle note di “I want you back”. Si fa accompagnare da Paul McCartney e Ringo Starr e da Peter Frampton e Mick Fleetwood su “Let it be” e si scatena con Debbie Harry sulla hit dei Blondie “Heart of glass”. Arruola Miley Cyrus per una cover della sua - di Miley, si intende - “Wrecking ball”, Linda Perry per un duetto su “What’s up?” Delle 4 Non Blondes, Pink e Brandi Carlile per una versione spiazzante di “(I can’t get no) Satisfaction”. E poi, quando meno te lo aspetti, canta “Stairway to heaven” con Lizzo e “I hate myself for loving you” di Joan Jett and the Blackhearts con la stessa rocker americana e la sua band. E per non farsi mancare niente si cimenta pure con le cover di “Purple rain” di Prince e “We are the champions” e “We will rock you” dei Queen. Ma la vera “rockstar” è lei, che a 77 anni resta ancora una forza della natura. E una leggenda vivente. Il nuovo disco di Dolly Parton si intitola proprio così: “Rockstar”. Arriverà nei negozi domani ed è il quarantanovesimo - avete letto bene - della straordinaria carriera della regina del country a stelle e strisce, che si mette in gioco indossando i panni di diva rock’n’roll e duettando con alcune delle più grandi icone del genere.
“Rockstar” non è solo un disco, ma un monumento alla grandezza di Dolly Parton, un’icona che ha sfidato il tempo e le convenzioni con una determinazione unica. E che ora vuole concedersi un po’ di sano divertimento: 30 canzoni, oltre 40 ospiti (oltre a quelli già citati ci sono anche Richie Sambora, Steve Perry, John Fogerty, Chris Stapleton, Rob Halford, Simon Le Bon) e 9 inediti. Tra questi anche il singolo “World on fire”, in cui Dolly - che ha rifiutato due volte l’offerta dell’ex presidente degli Usa Donald Trump della Medaglia della Libertà, massima onorificenza civile americana e nel 2020 donò 1 milione di dollari per finanziare la ricerca sul vaccino per il coronavirus - se la prende con i “politici avidi, presenti e passati”. E pensare che l’album non era neppure previsto: fino a pochi mesi fa non esisteva. Il progetto è nato in seguito alla candidatura dell’artista alla Rock & Roll Hall of Fame dello scorso anno. Inizialmente Dolly Parton aveva fatto sapere di voler rinunciare alla nomination: “Anche se sono estremamente lusingata e grata, sento di non essermi guadagnata questo diritto”, disse la leggenda country, per la prima volta in lizza per entrare a far parte dell’Olimpo del rock accanto a, tra gli altri, Beck, Eminem, Duran Duran e Lionel Richie. A farle cambiare idea è stato l’affetto ricevuto via social: “Mi sentivo come se stessi privando ad altri l’opportunità di essere omaggiati, che meritavano più di me. Non mi sono mai considerata un’artista rock”.
La verità è che una rockstar Dolly Parton lo è eccome. Lo è sempre stata. Parla per lei la sua storia. Dall’infanzia a Pittman Center, cittadina di campagna del Tennesse, passata a cantare in chiesa (quarta di dodici fratelli, Dolly Rebecca Parton - questo il suo nome completo - crebbe in una famiglia semplice, povera e molto religiosa) al successo mondiale, passando per i primi brani incisi a soli 13 anni per alcuni programmi radiofonici e televisivi locali, l’incontro con Johnny Cash (che le indicò la via per Nashville, la capitale della musica country), i primi brani scritti per altri interpreti in attesa di riuscire a convincere i discografici a investire su di lei, l’esordio nel 1967 con l’album “Hello, I’m Dolly”, il sodalizio con Porter Wagoner, il boom di “Jolene”, la “sfida” ad Elvis quando il re del rock per incidere la sua “I Will always love you” le chiese di diventare proprietario del 50 percento dei diritti e lei gli rispose “col cavolo” (la canzone diventerà comunque un successo mondiale grazie alla straordinaria interpretazione di Whitney Houston nel film “Bodyguard” del 1992). E poi quelle canzoni con le quali diede voce alle lotte quotidiane delle donne cresciute nelle campagne dell’America e tra la working class. Nel corso della sua vita - strano che a nessun regista sia ancora venuto in mente di girare un biopic sulla storia della regina del country: in compenso nel 2019 Francis Whately realizzò un bel documentario, “Dolly Parton: Here I am” - Parton ha affrontato sfide personali e professionali con tenacia e forza, affascinando il suo pubblico con la sua autenticità e la sua capacità di reinventarsi continuamente.
“Rockstar” riflette ancora una volta lo spirito intraprendente di questa leggenda vivente, che continua a sfidare le convenzioni e che si è distinta nel music biz non solo per la sua voce, ma anche per il coraggio di essere sé stessa in un’industria spesso omologata: “Quando è nato il movimento per la liberazione della donna, sono stata la prima a bruciare il mio reggiseno in piazza. Ai pompieri ci son voluti quattro giorni per spegnere l’incendio”. Con la sua schiettezza e la sua personalità vivace, ha ispirato generazioni di artiste ad essere autentiche, come lo è stata lei. Miley Cyrus, che la conobbe ai tempi di “Hannah Montana” (nella serie l’icona interpretava la zia della protagonista), annunciando il duetto sulle note di “Wrecking ball” ha detto: “Sono cresciuta cantando la musica di mia ‘zia’ ed è un onore sentirla cantare una delle mie canzoni”. “Sei la persona più dotata che io conosca, davvero. Sono orgogliosa di te”, le ha risposto Dolly.
In una recente intervista ha fatto sapere di non andrà più in tour per stare accanto al marito malato. Ma la pensione può attendere. Guai a menzionargliela: “Non andrei mai in pensione. Spero solo che un giorno morirò nel bel mezzo di una canzone sul palco, e si spera che sia una di quelle che ho scritto io".