“Nei ‘60 volevamo cambiare il mondo, ma non ci siamo riusciti”

Intervista a Jeff Christie, dai concerti con Jimi Hendrix e i Pink Floyd al potere della musica
“Nei ‘60 volevamo cambiare il mondo, ma non ci siamo riusciti”

Ci sono brani che, fin dal primo passaggio radiofonico, si incastonano in modo indelebile nella memoria collettiva, diventando la colonna sonora di un'epoca. Yellow River è uno di questi. Uscito nel 1970, il brano ha catapultato i Christie e il loro frontman, Jeff Christie, tra gli artisti più ascoltati dell’epoca. Ma limitare la figura di Jeff a quel successo sarebbe riduttivo.

Attivo fin dai Sessanta con gli Outer Limits – band con cui ha assaporato i vertici delle classifiche inglesi e condiviso i palchi con giganti come Jimi Hendrix e i Pink Floyd – Jeff Christie è un cantautore e polistrumentista profondamente devoto alla musica. Ci ha aperto le porte del suo meticoloso processo creativo, esplorando l'importanza vitale del groove e il delicato equilibrio tra padronanza tecnica ed espressione emotiva. Dalle riflessioni sul panorama musicale di oggi fino ai ricordi legati al turbolento clima socio-politico degli anni '70, Jeff ci accompagna in un viaggio affascinante nella mente di un autentico artigiano della forma canzone.

Quando si parla dei tuoi brani, l'attenzione va subito alle melodie vocali. Eppure, canzoni come San Bernadino si basano su un groove estremamente solido. Dal tuo punto di vista di bassista e forza trainante della band, com'era il tuo rapporto con la batteria?

Originariamente, nelle mie prime band ero un chitarrista e tastierista; sono passato al basso solo più tardi, nel '68, come rimpiazzo temporaneo nel Jim Derek Trio mentre lavoravo al Lido Revue bar di Leeds. I The Outer Limits, la mia band precedente – dopo aver piazzato un singolo nella top 50, averne avuto un altro prodotto dal manager dei Rolling Stones Andrew Loog Oldham (che fu censurato dalla BBC) e dopo aver suonato in tour con Jimi Hendrix e i Pink Floyd – si erano sciolti lasciandomi senza gruppo. Ma feci di necessità virtù, e mi ritrovai a lavorare in quel night club per sbarcare il lunario.

Quando nel 1970 si formarono i "Christie", dopo aver registrato Yellow River e con un calendario di concerti in enorme espansione, mi ritrovai di nuovo al basso perché gli altri due ragazzi erano il batterista e il chitarrista solista. Il basso non era mai stato un problema, ed è relativamente facile una volta che, per dirla in modo semplice, cambi marcia passando da 6 corde sottili a 4 corde spesse. Tuttavia, la scrittura dei brani nel suo complesso è alimentata e nutrita dall'uso di tastiere e chitarre, perché le possibilità melodiche e armoniche superano di gran lunga la scrittura al basso.

Quando lavori in un trio, la tua forza equivale a quella del tuo anello più debole, quindi il basso e la batteria devono essere un'ancora solida. Negli anni '60 c'erano così tante nuove ed eccitanti influenze musicali, incluse le registrazioni della Stax e della Motown, in cui il basso e la batteria erano così affiatati da sostenere tutto il resto. In The Midnight Hour e Knock on Wood lo esemplificavano perfettamente, come una vera e propria masterclass nel mantenere una base solida e ricca di groove. Imparai molto in quei primi tempi ascoltando e suonando queste e tante altre grandi canzoni come What Becomes of the Brokenhearted di Jimmy Ruffin: oltre a essere una canzone splendida, la house band della Motown, i Funk Brothers, in quel pezzo fece un capolavoro assoluto. Ispirante in tantissimi modi. Ancora oggi, tutto ciò che scrivo, a meno che non sia un pezzo privo di base ritmica, deve avere questa stretta relazione tra batteria e basso.

Nell'autunno del 2024 ho pubblicato un altro album da solista sulle piattaforme digitali usando il mio nome completo, intitolato Here and Now, per la MTS, un'etichetta statunitense. Si tratta perlopiù di canzoni che prima erano solo demo grezze, più alcune riscritture di vecchi brani. Ha ricevuto recensioni eccellenti ovunque, ma non è riuscito ad avere un impatto abbastanza grande. Le registrazioni si sono svolte durante la pandemia e il periodo di lockdown, tra il 2020 e il 2024. Ascoltandolo, troverai un'ulteriore prova dell'importanza che attribuisco all'uso di un basso e di una batteria affiatati per ancorare tutta la strumentazione che li circonda.

Quali dinamiche e caratteristiche specifiche cercavi nei musicisti che ti circondavano?

Un certo grado di abilità tecnica, ma non troppa, competenza e, in più, la capacità di aggiungere solo il necessario senza strafare. Essere in grado di percepire l'emozione della canzone e assecondarla di conseguenza. Un carattere accomodante è sempre una risorsa preziosa ed è davvero importante per andare d'accordo con gli altri membri del gruppo.

Scrivevi (o scrivi) partendo principalmente dal tuo strumento, da un'intuizione, o dalle influenze che ti circondano?

A volte tutte e tre le cose, varia a seconda delle circostanze. Potrei ascoltare della musica o una canzone e questo può innescare una reazione; mi ritrovo a cantare alcune note, a volte con un breve testo o un ritornello che mi viene in mente, e poi lo sviluppo, a volte in modo trasversale. Posso scrivere un ritornello ma dover aspettare l'ispirazione per portarlo alla conclusione della canzone in un secondo momento, avendo già definito la struttura generale e la strofa.

Le influenze si insinuano sempre nel tuo conscio e subconscio e finiranno per intrufolarsi in una canzone, talvolta mascherate dall'uso di metafore, altre volte no. Spesso mi metto a strimpellare al pianoforte o alla chitarra, a volte usando determinate posizioni degli accordi che si prestano a innumerevoli melodie, e da lì parto: è divertentissimo e fa un gran bene alla materia grigia!

Quale collega ha lasciato l'impronta più profonda su di te?

Ci sono così tanti grandi, è una domanda impossibile. Paul Simon, Paul McCartney, Billy Joel, Burt Bacharach, Bruce Springsteen, B.B. King, Hank Marvin, Chet Atkins, Jimmy Webb, Randy Newman, Oscar Peterson, Gershwin, Sinatra, Ella Fitzgerald, Puccini, Beethoven, Tchaikovsky, Elgar, Donald Fagen, Steve Winwood, Pete Townshend, Ray Davies, tanto per cominciare. Scusa!

Yellow River è diventata una hit. Qual è stato, secondo te, il segreto del suo successo?

All'epoca suonava diversa da qualsiasi altra cosa venisse trasmessa in radio. Inoltre, esplodeva dagli apparecchi radiofonici della gente con un'energia e una vitalità pazzesche, ma è difficile individuare una singola ragione. Immagino avesse quel "non so che" di indefinibile, forse un po' di magia accattivante per le orecchie, chi lo sa. Utilizzai un'insolita sequenza di accordi e una melodia principale molto orecchiabile che suonavano e sembravano diverse rispetto a tante canzoni che circolavano in quel periodo. Sono un melodista e cerco sempre di comporne di forti. Ha ottenuto innumerevoli premi, tra cui la prestigiosa statuetta di bronzo degli Ivor Novello e una BMI Citation of Achievement. Ormai è diventata un classico degli anni '70 e, a distanza di 56 anni, la canzone viene ancora trasmessa ovunque in radio e di tanto in tanto compare in film e serie TV.

Gli anni '70 sono stati un decennio di enormi sconvolgimenti sociali, tensioni politiche e guerre, come quella in Vietnam, che ha fatto da sfondo all'immaginario di Yellow River. In che modo il clima socio-politico di quegli anni è filtrato nella tua musica?

Lo sono stati davvero, ma sembra che non cambi nulla: continuiamo a farci saltare in aria a vicenda. Pensavamo di poter cambiare il mondo negli anni '60 e nei primi anni '70, prima che la realtà colpisse duramente e subentrasse la disillusione. Ho scritto alcune canzoni per la pace, tra cui For All Mankind, scritta e registrata agli albori degli anni '70 e rielaborata nel recente album Here and Now.

Quanto a Yellow River, pur non essendo palesemente una canzone pacifista, aveva una sotterranea vena contro la guerra. Fu scritta pensando a un soldato confederato in procinto di andare in licenza durante la Guerra Civile Americana, stanco del fuoco dei cannoni, della paura di morire e desideroso di tornare a casa. È interessante notare come negli Stati Uniti sia stata percepita come una "canzone sulla guerra del Vietnam". Qualche anno fa alcuni veterani del Vietnam mi hanno scritto per dirmi quanto la canzone significasse per loro, poiché risuonava con i loro stessi sentimenti ed esperienze nella guerra del Vietnam; una cosa che trovo commovente ancora oggi.

Guardando alla scena musicale contemporanea, credi che le canzoni abbiano ancora lo stesso potere unificante e la capacità di catturare lo spirito dei tempi di allora?

Forse bisognerebbe aspettare altri 50 anni circa per scoprirlo, ma immagino che debbano esserci delle canzoni che i giovani di oggi porteranno con sé, perché la musica della tua giovinezza ti accompagna per tutta la vita - o almeno questa è la mia esperienza.

C'è un brano in particolare, magari nascosto o meno noto al pubblico, che consideri il tuo capolavoro e che vorresti veder riscoperto?

Ci sono parecchi brani che considero i miei "capolavori", senza voler sembrare presuntuoso, ed è un'altra scelta difficile, quindi ne sceglierò uno dei pochi che mi fa ancora venire i brividi lungo la schiena ogni volta che mi ritrovo ad ascoltarlo. Take Me As You Find Me è una breve canzone registrata a Londra intorno al 1981. Originariamente era l'ultima traccia dell'album Floored Masters-Past Imperfect (Jeff Christie, Outer Limits / Cherry Red Records). Ora è presente in una versione aggiornata di Floored Masters con tracce bonus estese. Per me questo brano ha tutte le carte in regola: dall'esecuzione vocale ricca di emozione all'arrangiamento in contrappunto degli strumenti, che crea una fusione armoniosa volta a sostenere ed enfatizzare la semplice supplica del testo per l'autonomia, l'espressione di sé e la libertà.

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