«A GIRL LIKE ME - Emma Bunton» la recensione di Rockol

Emma Bunton - A GIRL LIKE ME - la recensione

Recensione del 02 lug 2001

La recensione

“Adesso vorrei che tutti mi diceste cosa ne pensate del mio album”

Emma Bunton, conferenza stampa del 2 maggio 2001

Di cose inutili al mondo ce ne sono parecchie. Di recente mi è capitato tra le mani addirittura un’enciclopedia di oggetti imbarazzanti e di dubbia utilità: c’era l’imbuto per permettere alle donne di fare pipì in piedi come i maschietti (dopo la manifestazione in Gran Bretagna del secolo scorso, grazie alla quale il gentil sesso ottenne il diritto al voto, di strada ne abbiamo fatta, ma fin qui proprio non volevamo arrivare) e, vogliate credermi, nella sezione “Curiamo Il Nostro Corpo” perfino una bella coda d’armadillo che, se riscaldata, sarebbe in grado di effettuare una meticolosa pulizia delle orecchie grazie ai poteri sciamani che il povero animale possiederebbe. Nel manuale, spiace dirlo, potrebbe benissimo rientrare anche l’accozzaglia di suoni presentata da Emma Bunton; con la sola differenza che non sarebbero tanto divertenti – né strapperebbero sorrisi – quanto quelli raccolti nel dizionario sopra menzionato.
Emma è bassina, biondina e insipidina: scialba e banale proprio come i dodici brani che ha voluto a tutti i costi far conoscere al mondo intero, non avendo neppure la grazia – o il buon senso – di evitare di chiedere alla stampa (imbarazzata) un parere a riguardo. Però, eccoci qui, puntuali ad analizzare la musica realizzata (?) dalla Baby Spice che, presasi una breve vacanza dalle sue amichette Spice Girls, ha ben pensato di comporre (e non si sa come, visto che non sa neppure strimpellare una chitarra) il suo primo album da solista. Ma è pur vero, come ha puntualizzato la stessa Emma, che “la voce è il suo vero strumento”. Già. Ricordate la travolgente Aretha Franklin, la classica Patsy Cline o la sensuale disperazione di Janis Joplin, tanto per rimanere sul territorio dell’ovvio? Già. Pensate a questo ed immaginatevi il contrario. Pensate ad una vocina sepolta dai riverberi tanto alla moda, dai cori e da quant’altri sotterfugi la tecnologia è riuscita a produrre oggigiorno per nascondere le imperfezioni, in un’operazione di “chirurgia acustica” niente male. Il risultato è lei: che però non si ferma alla sostanza musicale, ma sfora anche nella poesia. Così arrivano parole d’impatto che mostrano tutte le angosce delle ragazze del terzo millennio: “Oh, fin dal principio hai toccato il mio cuore/non sapevi cosa dire/ma quando mi prendi la mano/tutto è OK” (dal singolo apripista “What took you so long”) o, ancora, “mi manchi/non puoi sapere cosa devo affrontare/quando sono senza di te” (dal pop spezzacuore di “A world without you”). Se poi, a tutto questo, si aggiunge anche un rifacimento tutt’altro che originale di “What I am” di Edie Brickell (sì, proprio quella che tutti hanno cantato almeno una volta a squarciagola), la frittata è fatta. Peccato la cuoca abbia dimenticato qualsiasi tipo di condimento.

(Valeria Rusconi)
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