«GREATEST HITS - Billy Idol» la recensione di Rockol

Billy Idol - GREATEST HITS - la recensione

Recensione del 14 mag 2001

La recensione

William Broad era evidentemente un ragazzino che la sapeva lunga. In piena esplosione del punk inglese, si trovava nell’occhio del ciclone, nel cosiddetto “Bromley contingent”, fisso al seguito dei Sex Pistols. Mentre tutti si ribattezzavano con nomi di battaglia che generalmente spaziavano fra il repellente e l’orgogliosamente cretino, lui sceglieva di chiamarsi “idolo”. A quanto pare, un giochetto di parole con “idle”, cioè pigro, la definizione affibbiatagli dagli insegnanti quando andava a scuola. Comunque, per quanto vanaglorioso, il nomignolo era sicuramente più adatto alla carriera di pop star rispetto a “Scabbia di ratto” o altre piacevolezze simili in voga nel '77. Passato il punk e archiviati i Generation X (con cui ha acciuffato i primi brandelli di fama), Idol era pronto per trasferirsi negli Stati Uniti e conquistare le ragazzine con le smorfie imparate alla corte di Johnny Rotten. Le approssimazioni punk dovevano finire in soffitta, a favore di un suono rifinito per bene. Con un occhio alle smanie ribellistiche adolescenziali e uno alle discoteche, Idol ha centrato così una formula fortunatissima, che gli ha permesso di dominare le classifiche per qualche anno. Per giunta, lo aiutava anche il bell’aspetto, un fattore non secondario, dato che MTV e i videoclip cominciavano a contare parecchio. Questa raccolta comprende tutti i suoi pezzi più fortunati dal 1983 al '93, con l’aggiunta di un paio di curiosità: una versione live di “Rebel yell” (arrangiata per chitarra acustica, basso e batteria) e “Don’t you (forget about me)”, una canzone probabilmente più adatta a Idol che ai Simple Minds, che l’hanno portata al successo. Chi ha nostalgia degli anni '80 troverà molti motivi di soddisfazione in questo CD, che allinea una sequenza di canzoni familiari a chi seguiva il pop di quegli anni. Personalmente, quest’orgia di suoni sintetici, la chitarra di Steve Stevens (senza dubbio abile, ma anche un gran tamarro) e il tono alternante fra il baby-ti-spacco (“Flesh for fantasy”) e il sono-un-duro-ma-anche-sensibile (“Eyes without a face”) sono tutte caratteristiche che mi hanno ricordato come mai non compravo i dischi di Billy Idol. A volte, è bello non cambiare idea.

(Paolo Giovanazzi)
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