«TUTTO BENE - Ustmamò» la recensione di Rockol

Ustmamò - TUTTO BENE - la recensione

Recensione del 08 mag 2001

La recensione

Tre anni di silenzio sono serviti agli Ustmamò per costruirsi il proprio, personale, studio di registrazione: l’Ust Recording Studio. E lì hanno sperimentato: si sono dapprima scontrati fra di loro fino a quando sono riusciti a mettersi d’accordo sul da farsi e poi hanno inciso un bell’album che riprende le atmosfere pop finora caratteristiche del repertorio della formazione emiliana. Con sonorità, però, meno usuali: le basi elettroniche sono infatti ridotte al minimo e la batteria è ben presente, mentre l’ossatura portante del disco è data da un intenso lavoro sulle chitarre. Chitarre acustiche, chitarre elettriche, chitarre Rickenbacker, chitarre pulite, chitarre distorte… Chitarre che piacciono persino alla cantante Mara Redeghieri, che per la sei corde non ha mai avuto grande simpatia.
Il titolo “Tutto bene” nasconde un doppio senso. Ironico per quanto riguarda la parte politica, di protesta sociale: quella rappresentata dalla violenta invettiva di “Bank of fuck off” (vedi news) contro gli istituti di credito, o dal pungente sarcasmo di “Lunga vita”. Reale nella sua parte più intima: quella legata ai sentimenti personali come nell’introduttiva “Come me” o nella conclusiva “Mi fai”. Due facce della stesa medaglia o, come afferma Mara, “la parte femminile e quella maschile” del gruppo che il lavoro dei quattro riesce a bilanciare perfettamente, mischiando la dolcissima espressività della voce di Mara e gli sprazzi di guitar rock sprigionati da Ezio e Simone, Yin e yang, atmosfere evocative e sognanti e cavalcate chitarristiche. Con un piccolo aiuto di Paolo Benvegnù degli Scisma nella composizione di “Secondo incantesimo” e con una buona dose di autocritica, l’attenzione di questo album è prevalentemente rivolta a chi sta peggio. Dalla stazione spaziale emiliana U.R.S. tutto bene; passo e chiudo.

(Diego Ancordi)
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