«UNDERWATER MOONLIGHT - Soft Boys» la recensione di Rockol

Soft Boys - UNDERWATER MOONLIGHT - la recensione

Recensione del 11 apr 2001

La recensione

Gli uomini giusti al momento sbagliato. La vicenda dei Soft Boys si potrebbe riassumere con questa frase fatta, vista la scarsa attenzione ottenuta ai tempi della loro comparsa sulle scena rock inglese e il successivo status di gruppo di culto, che giustifica questa lussuossima ristampa del loro secondo album, pubblicato originariamente nel 1980. Ai dieci brani della prima edizione e agli otto aggiuntivi presenti sulla ristampa Rykodisc del 1992 si uniscono anche il singolo “He’s a reptile” e un intero CD di materiale registrato durante le prove del 1979. Un’abbuffata a cui vale la pena di sottoporsi, a patto di essere interessati alla cucina dei Ragazzi Soffici: canzoni stravaganti suonate da dichiarati fanatici degli anni ‘60, guidati da un cantante/chitarrista/autore dotato di umorismo e fervida immaginazione come Robyn Hitchcock. “Underwater moonlight” era un brillante aggiornamento della lezione di gente come i Byrds e Syd Barrett (direttamente omaggiato con una bella versione di “Vegetable man”). Sfortunatamente, uscì in una Inghilterra ancora in preda ai fumi della sbronza punk e non c’erano molte orecchie ben disposte verso cose di questo genere. Non aiutavano nemmeno le parole al veleno di “I wanna destroy you”, un titolo che non avrebbe sfigurato in bocca a Johnny Rotten, ma che i Soft Boys usavano come occasione per sfoderare armonie vocali decisamente fuori moda in tempi di urla e aggressione. Ascoltato oggi, l’album regge ancora molto bene, anche a livello di suoni, nonostante si tratti di una produzione realizzata con mezzi estremamente limitati. Le chitarre di Hitchcock e Kimberley Rew potrebbero ancora fare la felicità di molte indie band di oggi e canzoni come “Kingdom of love”, la title-track, e i singoli “He’s a reptile” e “Only the stones remain” restano fra le cose migliori uscite dalla fertile penna del leader. E “The queen of eyes”, il momento in cui è più evidente l’ispirazione dei Byrds, che cosa ha attirato Peter Buck dei R.E.M., che non ha mai mancato di citare i Soft Boys fra le sue influenze decisive ed è più volte comparso nei dischi da solista di Hitchcock. A confronto con il materiale del primo CD, i pezzi stipati nel secondo mostrano chiaramente i limiti delle registrazioni estemporanee, e si tratta di materiale per i fans più sfegatati. Non una perdita di tempo però, perché sono in gran parte canzoni rimaste fuori dall’album ma tutt’altro che scadenti. Se ha un senso la definizione di “classico minore”, si può rispolverare per questo album.

(Paolo Giovanazzi)
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