«HERE COME THE NOISE MAKERS - Bruce Hornsby» la recensione di Rockol

Bruce Hornsby - HERE COME THE NOISE MAKERS - la recensione

Recensione del 08 feb 2001

La recensione

“Questo disco è un regalo ai nostri fan, ai nostri veri fan, che da 14 anni me lo chiedevano. Spero che rappresenti le idee e gli scenari musicali che cerchiamo di mettere in un concerto: le interazioni strumentali (batteria e piano in “Long tall cool one”), le complessità armoniche (“Twelve tone tune” prima di “King of the hill”), melodie al violino che incontrano il be-bop (“Jacob’s ladder”), reinvenzioni (“Valley road”), medley improvvisi (“It takes a lot to laugh…” con “Sunflower”), variazioni sul tema (“The way it is”), rap e chiacchiere (“King of the hill”), improvvisazioni (“Mandolin rain”). Fondamentalmente, cerchiamo sempre di fare qualcosa di nuovo con la musica”.
Più di recensirsi da solo, cosa può fare Bruce Hornsby? Lo aveva già fatto, con toni più ironici, nel suo ultimo album, il notevole “Spirit trail”. Forse sa che ormai la sua musica va spiegata. L’ex leader dei Range, dopo aver conosciuto imprevedibilmente le cime delle classifiche nel 1986 con “The way it is”, ha proseguito sulla sua strada fatta di passeggiate sulla tastiera di un pianoforte, con la più totale indifferenza per il mutare dei tempi. Quella di Hornsby è musica che dà ragione di quell’invenzione americana che va sotto il nome di “AAA” (leggasi: “Tripla A”. Ovvero, Adult Alternative Album, classificazione che rassicura i papà, che negli scaffali dei negozi o nelle radio così etichettate sono certi di non trovare scemenze per teenagers, e rassicura anche questi ultimi, che non verranno infastiditi da musica con più di tre note).
Con questo doppio live, registrato negli ultimi tre anni, Hornsby sembra ricordare ai fans di Dave Matthews che certe prolungate jam session live non sono una novità, se qualcuno ricorda l’amico Jerry Garcia (citato più volte). Analogamente, Hornsby va dove lo porta il piano e, di conseguenza, la durata media dei brani è elevatissima: anche quelle nate come pop song diventano placide cavalcate lungo le strade musicali d’America: il blues, il ragtime, il jazz, il country, Bob Dylan, Gershwin. Sette medley non sono pochi, e rivelano la voglia di non arrendersi a una richiesta musicale in declino qualitativo. Il pubblico pagante sembra d’accordo. Il problema è che in platea l’età media è di 35 anni...


(Patrizio Madregali)
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