«ESCO DI RADO (E PARLO ANCORA MENO) - Adriano Celentano» la recensione di Rockol

Adriano Celentano - ESCO DI RADO (E PARLO ANCORA MENO) - la recensione

Recensione del 14 nov 2000

La recensione

Nutro una grande ammirazione, quasi una venerazione per il Celentano cantante: sia quando ha a che fare con canzoni di indiscussa qualità (“Azzurro”), sia quando trasforma melodie magari non eccezionali in piccoli capolavori (“Una carezza in un pugno”, una fra le dieci più belle canzoni del dopoguerra), sia - persino - quando si esprime in grammelot senza significato (“Prisencolinensinainciusol”). E non sarà certo questo nuovo disco a farmi ricredere. Ma non si può tacere, già in premessa, che i testi scritti da Mogol per “Esco di rado (e parlo ancora meno)”, seconda produzione del team composto con Adriano e Gianni Bella in occasione del precedente “Io non so parlar d’amore”, appaiono spesso non all’altezza delle aspettative. “Per averti farei di tutto tranne perdere la stima di me stesso”, “Sto morendo morsicato da un serpente e senza siero”, “Non tenermi sulle spine / dimmi pure se è la fine”, “Quel che credi sia una bomba / forse è solo una colomba”, “Ad ogni bacio una scossa”, “Ma se un bivio un dì / ci aspettasse per dividerci così”, “Il futuro è un vascello in tempesta”, “Sulla lunga linea bianca / un’opaca vita stanca”, “Ormai mi possiedi dalla testa ai piedi”... roba da Festival di Sanremo anni Cinquanta/Sessanta: roba così datata che vien quasi da pensare che si tratti in realtà del frutto di un abile esercizio di stile. Intendiamoci: non metto in discussione il senso delle canzoni, mi sta benissimo che Adriano Celentano canti l’amore (o qualsiasi altra cosa, purché non canti la sociologia e l’ecologia!), mi sta benissimo che lo canti con un approccio tradizionale o addirittura un po’ rétro. Ma se cantasse testi meno imbarazzanti ne sarei più contento.
Per quanto riguarda le musiche, Gianni Bella fa il suo mestiere da onesto professionista, senza lampi di genio ma anche senza troppe cadute nella banalità. “Per averti”, singolo apripista dell’album, ha un andamento efficace e accattivante, e l’arrangiamento dell’esperto Fio Zanotti ne asseconda la radiofonicità; “Apri il cuore” non sfigurerebbe in qualche disco di Mina degli anni Settanta; l’inciso di “Quello che non ti ho detto mai” è un’elegante frase melodica ben svolta (purtroppo chiusa fra strofe poco efficaci); “Ti prenderò” ha momenti riusciti, anche se il continuo alternarsi di atmosfere sonore ne penalizza la riuscita complessiva (delle tre situazioni, la migliore è quella che corrisponde alla frase “Ecco l’onda arriva...”: peccato non sia più sviluppata); irrisolta anche “TIR”, che avrebbe meritato più coraggio nel trattamento sonoro e negli arrangiamenti; gradevole e orecchiabile “Se tu mi tenti”, quasi un country&western - e qui ascoltate Adriano, quando canta il ritornello insieme al coro: una piccola variazione vocale e la canzone s’impenna!
Sorvolando sulle poco significative “Lago rosso” e “Africa” (nella seconda Celentano è però ammirevole in un doppio ruolo vocale), resta da dire del meglio e del peggio del disco. Il meglio - e non a caso è la canzone la cui prima frase dà il titolo all’album - è “Io sono un uomo libero”. Scritta per Celentano da Ivano Fossati, è uno straordinario pezzo in cui Adriano canta come se fosse Fossati che imita Celentano, dando la misura di quanto potrebbe essere “popolare” Fossati se non fosse (per sua scelta) così elitario: un arrangiamento scarno ed essenziale lascia spazio alla voce straordinaria di Adriano, che suona credibilissima in frasi come “la vita è un ballo verticale, si impara un viaggio al giorno” o “ci sono cantanti a cui non si può credere”, e la melodia si apre in squarci di bellezza assoluta.
Al secondo posto in ordine di (mio personale) gradimento c’è “Le stesse cose”: è firmata da Carlo Mazzone, un autore non professionista che ha evidentemente scritto il pezzo avendo in mente il Celentano più tipico; particolarmente riuscito l’arrangiamento, con il coro alla “Yuppi Du” che fa da contrappunto alla voce solista, e la chitarra finalmente pungente di Michael Thompson.
Il peggio dell’album è invece l’orrenda canzone-sceneggiata “Il figlio del dolore”: su un tema dolorosissimo, quello degli stupri di guerra, Celentano scrive un testo piattamente didascalico, la musica di Mauro Spina si limita ad accompagnare il racconto, e la bella voce di Nada risulta sprecata nel cantare parole tanto retoriche.
Il disco si chiude con un dodicesimo brano, “Index”, una sorta di pleonastico riassunto ottenuto mixando frammenti delle altre canzoni. Così come la mia recensione si chiude riassumendone il senso: “Esco di rado (e parlo ancora meno)” conferma che Adriano Celentano è un grandissimo interprete, e che quando è ben servito dagli autori ha pochi rivali; questa volta, con le eccezioni di cui ho detto, le canzoni che ha scelto non sono all’altezza della sua voce e del suo carisma.
(Franco Zanetti)
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