«PERFORM.00 - Howard Jones» la recensione di Rockol

Howard Jones - PERFORM.00 - la recensione

Recensione del 14 nov 2000

La recensione

Fermi tutti, è tornato Howard Jones. Vi siete fermati? Bene: lo ha fatto anche lui.
Quando apparve, Jones diede l’impressione di essere un genietto. Visto il suo disco di debutto carico di singoli di successo - “Human’s lib”, piccola perla del synth-pop anni ’80 - e i suoi concerti (nei quali, solo e circondato di tastiere, ambiva a fornire l’impatto sonoro di una band di più elementi) l’omino coi capelli dritti fu indicato da alcuni come il nuovo Elton John. Molti furono sorpresi anche dalla sua personalità quando, invece di usare il “Live aid” come pura vetrina, apparve per un breve istante per eseguire al piano il pezzo che riteneva più adatto all’occasione, “Hide and seek” – e nient’altro.
Ma ciò che accadde dopo fu che Jones evitò di crescere, sia dal punto di vista musicale che, probabilmente, personale. I dischi e i singoli successivi risultarono sempre più ripetitivi, basati su una formula sempre più logora e su messaggi di ottimismo francamente un po’ socialdemocratico. A riprova che da quell’esordio i passi avanti sono stati pochi, il fatto che ogni 3 anni ci giunge una qualche forma di trionfale replica dei suoi lontani successi: nel ’93 una raccolta, nel ’96 un live acustico, nel 2000 questo album – che ha addirittura un “gemello” venduto solo su Internet, “Pefawm”.
“Perform”, di suo, è una sorta di “live in studio” con nuove versioni di vecchi pezzi che, eseguiti da una band in piena regola, sembrano rinnegarne la natura elettronica. Il bello di “Pearl in the shell” o “What is love” stava probabilmente nel fatto che Jones riusciva a dare un po’ di calore e profondità a una tastiera, e schiacciando qualche bottone poteva simulare indifferentemente il piglio vigoroso di una sezione fiati o le suggestioni cosmiche di “Hide and seek”. Ora che ci dà la sezione fiati reale e funkeggiante, paradossalmente ha appesantito quei brani. La fatidica “Hide and seek”, imbarocchita da una chitarra acustica, diventa lunga 10 minuti, quasi che il biondino fosse tormentato dal dubbio di non avere ottenuto credibilità come compositore, e volesse cancellare gli anni ‘80. Forse avrebbe fatto meglio a metterci una pietra sopra e a tuffarsi nei giorni nostri, magari rivisitando in chiave dance ed elettronica i vecchi cavalli di battaglia. Viceversa con un arrangiamento ridondante da live band, “New song ‘99” e “Things can only get better” (lunga quasi 8 minuti) perdono l’agilità che ne fecero delle “hit”. Quello che spiace è che ci sono indizi di un talento ancora vivo: “Someone you need” (duetto con Duncan Sheik) è davvero una bella canzone, e in alcuni casi la scelta di puntare su un arrangiamento reggaeggiante è azzeccata, come in “Like to get to know you well”, “Let the people have their say” o la nuova “Love is a good thing”. Ma qualcuno convinca al più presto il piccolo inglese che gli anni ’80 sono finiti, e che non è il caso che se ne faccia tormentare più di tanto, anche se qualcosa è cambiato, e lui non riesce a capire cos’è – non è vero, Mr. Jones?

(Paolo Madeddu)
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