«SHOUTIN' IN KEY - Taj Mahal» la recensione di Rockol

Taj Mahal - SHOUTIN' IN KEY - la recensione

Recensione del 08 nov 2000

La recensione

A cinquantotto anni, più di trenta dei quali trascorsi suonando, Taj Mahal è considerato una personalità quando si parla di blues e dintorni. Le dodici battute sono il punto da cui sono partite tutte le sue ricerche effettuate a 360°, esplorando un territorio vastissimo che va dalle radici popolari africane a quelle americane, dalla musica hawaiana al soul, dal funky al cajun, al jazz, allo zydeco. Curiosità, ricerca delle proprie radici, voglia di sperimentare e contaminare, fregandosene altamente di classifiche e discografici. Taj Mahal ha sempre lavorato sodo sulla sua materia senza curarsi di nulla, facendo sempre quello che il cuore e il cervello gli hanno chiesto. Il risultato si può ascoltare in questo bel disco registrato dal vivo al Mint di Los Angeles il 9, 10 e 11 novembre 1998. La base su cui poggia tutto il sound è il blues. E questo è un disco di blues, ma anche lo stile classico del genere viene espresso con una personalità che lascia trasparire l’esperienza trentennale e l’enorme bagaglio di conoscenze accumulate da questa specie di enciclopedia vivente della black music: piccolissime deviazioni armoniche, impercettibili variazioni sulle melodie e sulle tonalità rendono unici brani che suonati da qualcun altro risulterebbero se non monotoni, routinari. In ciò è assecondato da due gruppi con i quali Taj attualmente si divide: la Hula Blues band e la Phantom Blues Band. E’ quest’ultima a creare il sound di “Shoutin’ in key”, con Mick Weaver alle tastiere, Denny Freeman alla chitarra, Larry Fulcher al basso, Tony Braunagel alla batteria, Joe Sublett ai sassofoni e Darrell Leonard alla tromba. Il repertorio affrontato – Taj canta e suona chitarra, dobro e armonica - va da classici come “Honky tonk” (brano degli anni ’50 di Billy Dogget), “EZ Rider” (portato al successo da Sam & Dave), “Ain’t that a lot of love” (con il riff di “Gimme some lovin’”), “Leavin’ trunk” (del bluesman Sleepy John Estes), l’abusata “Corrina” o “Hoochi coochi coo” (Hank Ballard & the Midnighters), ai suoi cavalli di battaglia come “Woulda coulda shoulda”, “Corrina” e “Mailbox blues”. Repertorio che ad un’uniformità di fondo unisce i colori regalati dalla grande versatilità dell’artista americano, che spazia con la naturalezza dei grandi fra il blues di “Honky tonk”, il reggae di “Rain from the sky”, il New Orleans style di “Ev’ry wind (in the river)”, dal cantato jazzy di “Woulda coulda shoulda”, al “caraiblues” di “Cruisin’”, ad una versione “cooderiana” del superclassico “Corrina”, al soul di “EZ Rider” o “Leavin’ trunk”. Chi si è stancato del blues, con questo disco se ne potrebbe reinnamorare.
(Diego Ancordi)
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