«SOFT CONTROL - Afghan Whigs» la recensione di Rockol

Gli Afghan Whigs sono cambiati, senza cambiare

In "Soft Control" il classico suono e i demoni della band, ma con una consapevolezza diversa

Recensione del 02 set 2026 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Questo disco degli Afghan Whigs è una sorpresa. È un gran disco, innanzitutto, meglio di molti passaggi della band dopo la reunion di una quindicina di anni fa. Non fraintendiamoci: gli Afghan Whigs sono una delle grandi band rock degli anni ’90, totalmente sottovalutate rispetto a gruppi che hanno avuto molto più successo in quel periodo. Ma con alti e bassi, soprattutto dopo questa reunion.

“Soft Control” mi ha stupito non soltanto perché è un gran disco, ai livelli di “Do the Beast” - il primo album post reunion del 2014 - e decisamente meglio degli ultimi due: nelle ultime uscite erano apparsi un po’ stanchi, indecisi tra la loro identità storica e una nuova da ricostruire in un contesto in cui quel rock rischia di apparire vecchio prima ancora di uscire. Sebbene la band sia sempre stata centrata sul frontman e autore Greg Dulli, i cambi di formazione non avevano aiutato: il chitarrista originario Rick McCollum è uscito subito dalla reunion, Dave Rosser è mancato nel 2017. Ora anche in questo versante  Christopher Thorn (già nei Blind Melon e produttore) ha ridato stabilità ed energia alla band, e si sente.
Certo, i Whigs  non hanno l’allure dei QotSA o dei Foo Fighters, band che devobo parecchio al suono di Greg Dulli - ma a questo album è pure corrisposta anche un’attenzione della stampa internazionale che la band non aveva da tempo, con importanti interviste come quella pubblicata dal Guardian. Un’attenzione inusuale per una band che anche da questo punto di vista è sempre rimasta un po’ sotto il radar rispetto a colleghi decisamente più altisonanti, appunto. All'opposto mi spiace che in Italia il disco non sia stato neanche promosso, nonostante la band sia molto radicata da queste parti e abbia una sponda storica negli Afterhours di Manuel Agnelli, con cui Greg Dulli ha collaborato e a cui gli Afterhours devono moltissimo in termini di ispirazione. Tant’è che l’Italia non è nel tour europeo in partenza tra pochi giorni.

Peccato non vederli dal vivo proprio ora: “Soft Control” è un disco solido e compatto, con il consueto impasto sonoro: le chitarre in primo piano su ritmi che denotano la passione di Dulli per la musica black, creando un muro di suono che è il marchio di fabbrica della band. Fin dall’apertura con il riff di “Jungle Roux” il suono è immediatamente riconoscibile, ma con una differenza: la voce di Dulli è più pulita e in primo piano. 
Gli Afghan Whigs non cercano di cambiare pelle, lavorano su quello che sanno fare bene e tirano fuori una manciata di canzoni forti, puntando pure alla sintesi: 10 brani, 37 minuti. Rante chitarre, da “House of I” a “Loose Talk”, ma anche brani più riflessivi come “The Deepest Part of the Darkest Shadow”, che parte con piano e tromba. La chiusura con “A Simulation” è la classica ballatona di sei minuti in cui le radici black della musica di Dulli diventano ancora più evidenti, nel solco di capolavori come “Faded”.

Anche i testi stanno nel territorio classico di Greg Dulli: relazioni disfunzionali, uomini autodistruttivi che non riescono a uscire dal desiderio e dalla dipendenza: in “Loose Talk” il narratore sa che l’altra persona non tornerà più, “You were never coming back to me”, ma continua a ripetere “Never gonna let you go”. È il personaggio che Dulli mette in scena da sempre, ma anche qua con un'evoluzione, una differenza che sta nella consapevolezza. Illuminante proprio l’intervista al Guardian, in cui Dulli racconta come nei dischi storici della band mettesse in scena l’ipocrisia di traditore ferito dal tradimento, e di come nel tempo abbia imparato a guardare in maniera diversa quel personaggio e se stesso - un confine non sempre ben definito, quello tra vita reale e romanzata nelle canzoni dei Whigs.
Ha inevitabilmente contribuito, racconta, l’età e la percezione di mortalità, a partire dalla perdita dell’amico fraterno Mark Lanegan; “Soft Control” continua a raccontare uomini ossessivi, dipendenti, possessivi, ma spesso perfettamente consapevoli del disastro in cui si stanno infilando, e con una maggiore consapevolezza delle conseguenze. Nell’ultima “A Simulation” il narratore respira “like a boxer / Somewhere in round thirteen”: ancora in piedi, nonostante i colpi presi, anche dopo l’ultimo round

Gli Afghan Whigs di “Soft Control” sono vivi, nel pieno della lotta con se stessi e con i demoni di Greg Dulli: suonano come i migliori Afghan Whigs e questo già basta per raccomandare questo disco e far tornare la voglia di vederli dal vivo.

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