«ONE ASSASSINATION UNDER GOD - CHAPTER 2 - Marilyn Manson» la recensione di Rockol

Marilyn Manson e l'arte di cadere in piedi

"One Assassination Under God – Chapter 2: una cifra stilistica (doverosamente) prevedibile

Recensione del 01 set 2026 a cura di Simöne Gall

La recensione

Passata sostanzialmente in sordina, complice una scelta temporale di release quantomeno anomala, cioè a ridosso dei giorni di Ferragosto, la seconda parte di "One Assassination Under God" è ora fruibile dalle orecchie dei tanti estimatori di un Manson sempre più strenuamente integerrimo. Fan refrattari, compreso chi scrive, all'idea di dare per scontato o per già sviscerato ciò che il vituperato artista americano ha ancora da proporre sul piano strettamente espressivo. E se il sodalizio con una label metallara di prima fascia, la Nuclear Blast, pare ormai consolidato, l'unione collaborativa tra il Reverendo e il polistrumentista e amico Tyler Bates si è ormai tradotta in un legame dai tratti indissolubili. Co-producendo l'album insieme al cantante, dunque firmandone la scrittura a quattro mani, Bates si è fatto carico dell'intera intelaiatura strumentale, dalle tessiture chitarristiche alle linee di basso (l'unica eccezione risiede nella batteria, nuovamente affidata a Gil Sharone, musicista dal solido background tecnico). In questo capitolo, poi, l'arsenale di Bates si arricchisce del GuitarViol, strumento ibrido elettroacustico a sei corde suonato con l'archetto: un plus che ha permesso di ottenere droni orchestrali cupamente cinematici e melodie d'archi capaci di conferire alla seconda parte di "One Assassination..." l'atmosfera opprimente e squisitamente teatrale che è ormai un marchio di fabbrica della produzione mansoniana più recente.

Uno sforzo congiunto che suona ancora sensato

Al di là dei timidi posizionamenti commerciali sinora registrati nelle classifiche generaliste, il disco si configura prima di tutto come una fiera rivendicazione di autenticità da parte dell'artista Manson, ben sintetizzata nelle dichiarazioni programmatiche rilasciate da questi alla stampa, nel corso dell'estate: "Sono orgoglioso di potervi offrire un secondo capitolo di 'One Assassination Under God', che serve a completare la mia storia. Ho usato ogni pietra che mi è stata lanciata contro per affilare i miei artigli. Ho superato il purgatorio e inciso queste canzoni sulla pelle del mondo. La speranza è che, mentre lo ascoltate, possa formarsi una cicatrice che lasci un segno indelebile". Già le immagini a corredo di "Exit Wound", il primo singolo pubblicato a giugno, ci avevano restituito l'iconografia di un Manson refrattario all'idea stessa di decadimento biologico, prosciugato nella silhouette e affiancato dalla venerabile presenza del bassista dell'era "Golden Age Of Grotesque", Tim Sköld (altresì membro degli svedesi Shotgun Messiah e dei teutonici KMFDM), oggi felicemente reintegrato nei ranghi della live band del cantante. Tuttavia, è nel più recente videoclip di "Front Toward Enemy", forte di un'estetica fine, ma marcatamente bellica e oltranzista, che si rinviene un'ispirazione innovativa e ancora inedita, quantomeno visivamente, nel progetto Marilyn Manson. Agghindato di tutto punto, il frontman è ivi ripreso insieme a una strana band di piccoli replicanti/doppelgänger, vestiti come lui e che suonano la chitarra e la batteria (in realtà si tratta di un'unica figura, quella dell'attore e modello bambino Tyler B. Goode, che il regista Henri Alexander Levy ha sdoppiato ricorrendo a specifici espedienti visivi e di montaggio).


Una cifra stilistica (doverosamente) prevedibile

Manson, lo sappiamo, non ha mai manifestato l'intenzione di rincorrere il cammino proteiforme e votato alla sperimentazione avanguardistica di uno dei suoi numi tutelari più fulgidi, David Bowie, colui le cui sembianze glam ne hanno fecondato l'immaginario come nessun altro. Per Marilyn è sufficiente che la sua musica sia come da prassi avvolta di oscurità elettro-gothic: cosa che puntualmente avviene, anche in questo caso, in tracce come "You Can't Die Young", "Lucifer's Teardrop", l'iniziale "Unalive" o "All The Vilest Things" (il cui testo ribadisce il Manson pensiero di oggi: "Le avete provate tutte per distruggermi / Ma io non cerco vendetta / Mi avete solo reso più forte"). Passaggi di suono accomunati da un senso di linearità e di continuità (per forza di cose, essendo l'album speculare per natura al suo predecessore) e dove tutto funziona come deve funzionare. Si vedano, nello specifico, "None Of The Suns", "The Arsonist", "Enantiomorph", ma anche "Don't Answer The Door".


Qui per restare

Anche stavolta, fortunatamente, per Marilyn Manson l'artwork ha rivestito un ruolo tutt'altro che accessorio in un suo lavoro. I chiaroscuri spettrali che si osservano sulla nuova copertina riabbracciano il ritratto pittorico che vede come autore lo stesso cantante, con una tela dominata da una serie di tratteggi che riflettono fedelmente il mood introspettivo delle composizioni. A campeggiare è poi nuovamente il font iconico utilizzato per il logo di "Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death)" che, come per il primo capitolo di "One Assassination...", parrebbe simboleggiare la chiusura di un cerchio concettuale. Riallacciandosi alla sua stagione più squisitamente intellettuale e tormentata, quella di fine anni Novanta/inizio Duemila, Manson ha voluto ricollocare se stesso nel ruolo di capro espiatorio all'interno dello specchio deformante delle ipocrisie sociali (nonché social, se aggiornato all'attualità). Immemori, a pensarci, sono ormai i giorni nei quali costui mosse i primi passi come cronista e critico musicale, prima di tramutarsi in uno dei più temuti performer della storia americana, ma se oggi esiste un porto sicuro, per lui, questo è sicuramente il palcoscenico. Attualmente, mentre scriviamo queste righe, Marilyn è infatti nuovamente impegnato in un co-headlining tour con Rob Zombie che vede anche gli Orgy tra i ranghi di supporto (seppur in una formazione rimaneggiata e distante dalla line-up storica dei tempi di "Candyass" e "Vapor Transmission"). Il tutto mentre, dopo essere caduto in piedi e con il tempo decisamente dalla sua, egli si avvale di una ormai intaccabile autorevolezza nel confermarsi come un'entità destinata a restare.

Tracklist

01. Unalive (04:56)
03. Front Toward Enemy (04:23)
05. None of the Suns (05:12)
06. Lucifer's Teardrop (04:35)
07. The Arsonist (04:03)
08. Exit Wound (04:38)
09. Enantiomorph (06:12)
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