«I QUIT - Haim» la recensione di Rockol

"I quit": un'altra estate in compagnia delle Haim

Sole, vento tra i capelli e canzoni su una rottura: tornano le sorelle di San Fernando Valley

Recensione del 21 giu 2025 a cura di Elena Palmieri

Voto 7.5/10

La recensione

Appena indossi le cuffie e parte un disco delle Haim, succede qualcosa: quel sound intriso di California ti trasporta altrove, ti ritrovi in un viaggio in macchina, con il sole sulla pelle e il vento tra i capelli. Ed è rassicurante scoprire che quella magia funziona ancora. "I quit", il nuovo e quarto album di Danielle, Este e Alana, prende forma nel momento in cui si esce da una relazione e ci si ritrova al bivio tra la malinconia e il sollievo. Ma questo non è un disco di rimpianti: è un addio che vibra di vita nuova, un atto di liberazione. Nella lingua delle Haim, "I quit" significa “non me ne importa più niente”.

A distanza di cinque anni da "Women in music Pt. III" e a due dal brano "Home" per il film "Barbie", il suono cambia pelle, ma non anima. Niente più riverberi anni ’80, nessuna patina vintage: rimane una scrittura pulita, una produzione asciutta, una tensione più grezza. "Gone" apre con un groove impolverato e una dichiarazione d’intenti: "You can hate me for what I am / You can shame me for what I’ve done / You can’t make me disappear". La citazione di "Freedom! ’90" di George Michael non è solo un vezzo pop, ma un manifesto: la libertà come scelta dolorosa, conquistata, meritata. La batteria di Alana guida, le chitarre graffiano, le voci perdono leggerezza e acquistano corpo: le Haim suonano come una vera band.

Come nei giorni migliori, le tre sorelle di San Fernando Valley sanno sorridere mentre sanguinano. E con una buona dose di ironia, come nelle immagini che hanno anticipato l'uscita di "I quit" e dei primi singoli. "Relationships" - prima anticipazione del disco, accompagnata da una rilettura del noto scatto di Nicole Kidman subito dopo che l’attrice aveva finalizzato il divorzio da Tom Cruise nei primi anni 2000 - esplode in un ritornello che salta di ottava e dice tutto. "Fucking relationships / Don’t they end up all the same": Il groove è leggero, il messaggio tagliente. "Take me back" scorre come un vecchio film adolescenziale della San Fernando Valley, tra crush dimenticate e nomi propri citati come fermate di un bus che non passa più. In "All over me", la voce ride quasi, canta di corpi che si cercano senza promesse, come se non ci fosse più spazio per i drammi, ma restasse solo il presente: "Your bed or my floor, but don't tell me that you're in love / 'Cause I'm not trying to walk the line", recita il secondo verso.

In linea con i precedenti lavori delle Haim, ogni sorella ha il suo momento. Alana prende il microfono in "Spinning", disco notturno da ballare soli, mentre Este si ritaglia un piccolo capolavoro emotivo in "Cry", ballata synth-country che vive tra le “sette fasi del lutto”. E poi c’è "The farm", forse la più crudele, che nel ritornello sentenzia: "So we could keep on tryin' / Or we could sell the farm / Just buy me out / Buy me out". Come accadeva nei momenti più diretti dei Fleetwood Mac, tutto è detto con disarmante chiarezza, senza veli. Stevie Nicks, che ha più volte benedetto le Haim - e con cui avrebbe collaborato su una nuova canzone, ci ritroverebbe quel misto di distacco, verità e istinto.

Chiude "Now it’s time", con un beat rigido e un’esplosione che sembra arrivare da un disco Anni Novanta degli U2 - non a caso citati nei crediti della canzone per usare un paio di power chord da "Numb". Eppure, anche qui, le Haim restano fedeli a se stesse: "Am I reaching out to say / I never gave two fucks anyway?", viene confessato in chiusura. L’ultimo vero è una porta sbattuta in faccia, e un sorriso. "I quit" è un disco su chi se ne va, ma anche su chi si ritrova. È meno immediato, più scarno, ma profondamente umano. Ed è l’ennesima prova che anche nei momenti di resa, le Haim riescono a scrivere ancora una volta la colonna sonora per l’estate di qualcun altro.

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