«ELECTRIC CHILDREN - Monkeywrench» la recensione di Rockol

Monkeywrench - ELECTRIC CHILDREN - la recensione

Recensione del 15 giu 2000

La recensione

A distanza di ben otto anni dal primo album, arriva il seguito dei Monkeywrench, gruppo che nasce dall’incontro di Mark Arm (voce) e Steve Turner (basso) provenienti dai disciolti Mudhoney, con Tom Price e Tim Kerr, due chitarristi di provenienza diversa e con esperienze nel punk; a loro si aggiunge Martin Bland, batterista australiano trasferitosi a Seattle. L’incontro tra esperienze diverse ha prodotto questo “Electric children”: una buona prova per una rock band che suona forte, veloce, miscelando insieme il rock degli anni ’70 con il punk, passando per la tradizione folk ed accenni di blues. I Monkeywrench vanno forte, le chitarre sono in grande evidenza anche se la parte del leone la fa soprattutto la base ritmica, dove merita menzione la batteria di Bland che in questo contesto è una parte importante in tutti i 13 brani dell’album. Se un appunto si può muovere alla band, questo riguarda le composizioni che sono strutturalmente abbastanza simili tra loro, senza grandi punte, anche se è pur vero che non ci sono pezzi “riempitivi”; è comunque emblematico che il singolo scelto sia una cover: “Sugar man” composta da Jesus Rodriguez, un folksinger ispano-americano della fine degli anni ’60. Tirando le somme si può dire che “Electric children” suona compatto, si ascolta tutto di un fiato e non dovrebbe deludere chi già conosce Mudhoney e dintorni. L’album si apre con due brani con respiro ampio e ritmo veloce, “Solar revelations” e “The empty place”, segue “Thirteen nights”, molto vicino alle sonorità del rock anni ’70: alcuni incisi punk evidenti particolarmente nel cantato lo caratterizzano. Si prosegue con la prima cover, “Love is a spider” di Roy Loney (Flamin’ Groovies), brano che, pur ben eseguito, è lontano dalle sonorità e dallo stile del gruppo ma essendo un mid-tempo dispone lo spirito ad accogliere l’accelerazione di “In the city tonight” dove batteria e chitarre la fanno da padrone. Con “The weasel’s in the barn” si torna a respirare aria seventies, mentre “Cherry red” è la seconda cover, un pezzo scritto da Tony McPhee (Groundhogs) e hard rock tipico del suo tempo, 1971, ma ben inserito nell’atmosfera generale dell’album. “Bring on the judgement day” e “From now on” sono due songs con discendenze blues, del tipo Jon Spencer Blues Explosion, piacevoli ma non straordinarie; interessante l’intro di “Around again”, brano anche questo con un vago sapore antico, nulla toglie o aggiunge invece “’Day trader shuffle” seguito dalla già citata “Sugar man” intrisa di atmosfere un po’ Doors. Conclude l’opera “In the days of the five” , una sorta di hard rock con riff e ritmo quasi ipnotici eccessivamente dilatata oltre gli otto minuti per consentire, negli ultimi 4 minuti, ai due chitarristi evoluzioni varie. E’ un album, questo “Electric children”, che lascia intravvedere potenzialità superiori a quelle espresse, sconsigliato a chi non ama chitarre distorte, rock e ritmi veloci.
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