«CLASSIC OBJECTS - Jenny Hval» la recensione di Rockol

“Classic Objects” la poetica arty e politica di Jenny Hval

L'artista sperimentale realizza il suo disco più accessibile tra pop '80 e riflessioni sull'arte.

Recensione del 23 mar 2022 a cura di Michele Boroni

Voto 7.5/10

La recensione

Al grande pubblico il nome Jenny Hval non dirà molto, ma è un'artista norvegese (conosciuta anche come Rockettothesky) è attiva da metà anni zero, piuttosto nota nel mondo della musica sperimentale e dell'art pop. “Classic objects” è il suo nono album e decisamente il suo più accessibile per contenuti e suoni. 

Rilettura del pop d'autore anni 80

Per la prima volta forse nella sua carriera le sue composizioni hanno una forma-canzone che flirta con la struttura convenzionale strofa-ritornello e i suoi testi sono piuttosto chiari e diretti, tratti direttamente dalla vita quotidiana. 
Per questo motivo “Classic objects” è un disco estremamente affascinante.
Musicalmente parlando la Hval va ad esplorare tutte quelle forme del pop anni 80 che oggi costituiscono la principale influenza dell'alternative pop: si va dal pop psichedelico anni 80 che si incontra con il Paul Simon terzomondista dell'iniziale “Year of love” a quello più ambient di “American Coffee”, dalle atmosfere astrali di “Jupiter” fino al puro art pop delle title track. 

C'è poi una traccia come la lunga  “Cemetery of Splendour” che ricorda da vicino certe composizioni di Laurie Anderson con una sua evoluzione che sfocia poi in una  coda di field recordings di grilli, auto e chiacchiere e altri suoni della quotidianità che confermano come Hval può trovare la bellezza ovunque.

Rflessioni su arte, capitalismo e patriarcato 

Ma sono i testi quelli che da sempre caratterizzano la produzione di Jenny Hval. Anche questo suo “Classic objects” esamina il rapporto tra identità e arte. splora il significato di definirsi artista in un mondo che rifiuta in gran parte il valore dell'arte come forma di valutazione ed espressione. Molte canzoni di questa raccolta riflettono sul suo ruolo d'artista intrappolato nei sistemi di sfruttamento sia del patriarcato che del capitalismo. 
Nella già citata “Year of love” la Hval gioca con le tradizionali strutture del pop cambia l'ordine degli eventi per consentire agli ascoltatori di sperimentare la sua prospettiva: l'artista prima racconta  di aver firmato le proprie carte di matrimonio aderendo alle regole imposte da una società patriarcale e al "complesso della felicità industriale", chiedendosi se le scelte nella sua vita personale influenzale sulla sua abilità artistica. Successivamente ricordando di aver visto un uomo fare la proposta di matrimonio a una donna a uno suo spettacolo . Collocando gli eventi in questo modo, porta gli ascoltatori nella sua personale visione della relazione tra identità e talento artistico.

Si tratta quindi di un album fortemente politico, in parte anche estremizzato essendo stato scritto durante il lockdown: la canzone finale "The Revolution Will Not Be Owned" contiene anche una delle dichiarazione più forte di Hval: "E questa canzone è regolata dalle normative sul copyright/E sognare non ha copyright/Immagino che potresti dire 'La rivoluzione non sarà di proprietà'." 
“Classic objects” è un disco denso di suoni e concetti per chi non si accontenta del pop contemporaneo. 

Tracklist

01. Year of Love (04:13)
02. American Coffee (06:02)
03. Classic Objects (04:49)
04. Cemetery of Splendour (07:01)
05. Year of Sky (05:20)
06. Jupiter (07:55)
07. Freedom (02:16)
08. The Revolution Will Not Be Owned (04:49)
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