Sanremo, seconda serata. Un’opinione personale.

Insomma, siamo messi così: che basta (basta? ce ne fossero...) una canzone elegante, non gridata, non volgare, ben scritta, con un testo che riflette con rassegnata, amarognola consapevolezza su quanto possa durare poco un amore prima di diventare disamore, per dare la misura di quanto le altre - quasi tutte le altre - canzoni siano pretenziose, sciocche, volgari.
Ma è giusto. Perché “Meglio così” è una canzone scritta e arrangiata da un compositore di grande mestiere, Gianni Ferrio; con un testo firmato da un signore che sa scrivere testi (Giorgio Calabrese); cantata da un signore che quest’anno compie settant’anni, che se li è lasciati passare addosso tutti ma che sa ancora vestire di scuro con eleganza, e che soprattutto sa usare la voce come si deve, da professionista, superando in souplesse gli inevitabili appannamenti di potenza causati dall’età.
Non so se sarebbe giusto o se abbia senso augurarmi che Johnny Dorelli vinca questo Festival. Ma so che se questo Festival - che ancora, almeno formalmente, si chiama “Festival della Canzone Italiana” - fosse vinto da “Meglio così” di Calabrese-Ferrio, nessuno dovrebbe aver niente da ridire.
Colgo l’occasione, vi spiace?. So che tutti hanno una ricetta per rilanciare, salvare, rivitalizzare questo vecchio arnese di Festival. Beh, ecco la mia. Si fa così, dico io. Si chiede agli editori musicali (non alle case discografiche, agli editori musicali) di presentare le canzoni con le quali intendono partecipare. Che vanno presentate in forma di spartito, accompagnate da un provino cantato da una voce guida, e saranno selezionate da una commissione di gente del mestiere: gente che sappia scrivere la musica, gente che sappia scrivere testi (Giancarlo Bigazzi, magari?), gente che sia del mestiere (mica come la maggior parte della cosiddetta “giuria di qualità” di questa edizione del Festival). Quando questa commissione avrà selezionato il numero di canzoni prestabilito (diciamo venti, non di più) le canzoni scelte verranno messe a disposizione dei cantanti che vorranno provare a cantarle. Due mesi di tempo (diciamo novembre e dicembre?) e poi la stessa commissione, ampliata da due/tre professionisti (uno della stampa, uno delle radio, uno delle televisioni) sceglie le versioni migliori. Con quelle si fa il Festival, a febbraio. Tre giorni: dieci canzoni la prima sera, dieci la seconda, tutte la terza.
Dice: solo tre sere? ma gli alberghi, i ristoranti, la televisione? E chi se ne fotte, direi io. E’ il Festival della Canzone, mica il Festival degli Alberghi, dei Ristoranti, della Televisione...
Vabbé, torniamo a mercoledì sera.
Mi è piaciuto qualcun altro, a parte Johnny Dorelli? Mah. Dei big... mi sarebbe piaciuto dir bene di Fabio Concato, che racconta con delicatezza la storia di un anziano che resta senza lavoro - proprio quello che potrebbbe capitare a me da un giorno all’altro. Ma la sua “Oltre il giardino” è una riscrittura di “Emozioni” della quale non si sentiva il bisogno. Mi sarebbe piaciuto dir bene dei Velvet, che mi sono simpatici: ma il loro pezzo non mi ha convinto, almeno al primo ascolto. Mi sarebbe piaciuto dir bene di Paolo Meneguzzi, che è una persona carina e beneducata: ma non capisco perché stavolta abbia voluto cantare a tutta voce, e con esiti imperfetti, una canzone “vecchia” e demodé. Mi sarebbe piaciuto dir bene degli Stadio, che rispetto e stimo: ma Gaetano Curreri dovrebbe cominciare a pensare che il suo mestiere è scrivere canzoni, e che non è obbligatorio che le canti lui.
Ero scettico sulla riesumazione di Rino Gaetano tramite pseudoinedito, e i miei dubbi sono stati straconfermati: la canzone è il risultato del gonfiamento artificioso di un frammento di canzone, uno sgradevole tentativo di sfruttare l’immagine di un cantautore che in vita non è stato mai granché apprezzato e che da qualche tempo è oggetto di un’operazione di recupero che puzza molto di marketing. Paolo Rossi? Non c’entra. In tutti i sensi.
Gli altri? Imbarazzante la coppia Bella, specialmente per il confronto fra Gianni e la sorella - lei ancora in buona forma fisica e vocale, lui quasi patetico (e la canzone suona di scarto di Celentano lontano un miglio). Tragica, ma involontariamente, Amalia Gré: orribilmente vestita, inutilmente presuntuosa, irrimediabilmente noiosa. E altrettanto fuori luogo Tosca: una canzone che solo Gabriella Ferri avrebbe potuto rendere appassionante, uno pseudo-Capossela reso con una freddezza glaciale. Ho dimenticato Al Bano? No, non l’ho dimenticato. Lui fa il suo mestiere, e lo fa bene. Canta canzoni a modo suo, e fa bene. Serve ancora che le canti? Non sta a me dirlo: se c’è ancora un pubblico che lo segue (e c’è ancora), fa bene a continuare. Dei giovani, penso di poter salvare Fabrizio Moro: è orribile e di pessimo gusto far sapere che la tua canzone è stata scritta “dopo aver visto un film su Giovanni Falcone”, e questa non posso perdonargliela, ma l’interpretazione è stata convincente.
Tutti gli altri, senza rancore - il mediocre Patrizio Baù, oggetto della più inutile polemica del prefestival, la saccente Sara Galimberti, la strillante Romina Falconi, i pleonastici FSC, l’insapore Pier Cortese - li manderei a casa. Elsa Lila, dite? Beh, quella me la porterei, a casa... se non fossi sposato, s’intende.
(E adesso, come Silvio, mi toccherà porgere scuse pubbliche a mia moglie...)
(fz)
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