Quel gran calderone di "Exile on Main St."
"Dopo la pubblicazione di "Sticky Fingers" le operazioni degli Stones si spostano in Francia, dove i membri della band si sono trasferiti, in fuga dall’esoso fisco inglese. Comincia così la ricerca, senza fortuna, di uno studio adatto alle esigenze del gruppo. Richards: “Non c’erano studi dotati di buone sale, l’attrezzatura era misera e nessuno si era trovato a proprio agio in nessuno dei posti che avevamo visto”. Conferma Jimmy Miller: “Abbiamo provato varie sale cinematografiche e pubbliche, non abbiamo mai trovato un posto adatto e alla fine abbiamo scelto la comodità, suppongo, a scapito del suono, e abbiamo optato per la cantina della casa di Keith”. Questa soluzione permetteva anche di evitare i problemi di lingua che sarebbero nati lavorando con fonici e tecnici francesi. Richards aveva preso residenza a Nellcôte, una villa sulla Costa Azzurra con uno scantinato abbastanza grande per sistemare attrezzature e musicisti.", così scrive Paolo Giovanazzi in 'Il libro nero dei Rolling Stones'.
Ed è lì che nacque il doppio album dei Rolling Stones "Exile on Main St." che oggi compie 50 anni essendo uscito il 12 maggio 1972. Abbiamo celebrato cotanto compleanno raccontandolo canzone per canzone. A seguire vi invitiamo a leggere le righe che scrisse per noi Riccardo Bertoncelli, cinque anni fa, in occasione dei 45 anni di questo che – comunque la si possa pensare – è uno dei grandi dischi del rock di tutti i tempi.
Quando quest’album uscì, primavera 1972, andò in testa alle classifiche ma non fu un successo colossale, e nessuno dei singoli stravendette. Era un disco psicotico e cupo, e cadeva in un momento di profonda inquietudine nella vita degli Stones, esiliati fiscali in Francia e devastati da droghe e alcol; il confronto con il maestoso "Sticky Fingers" dell’anno prima sembrava improponibile. Con gli anni la prospettiva è cambiata. Anziché essere il nervoso commiato dei più classici Rolling, questa disparata selezione è assurta al rango di capolavoro, a livello dell’intoccabile 'Fingers' e di "Beggar’s Banquet", anzi, con un tocco in più di profetico cinismo e morbosità – tanto scabroso rock dei decenni successivi è figlio dei sudici licks di chitarra e dei ritmi pervertiti di "Rip this joint", di "Soul Survivor", di "Ventilator Blues", giusto per fare esempi del vizioso sound che, a parte qualche dolce eccezione ("Sweet Virginia"!), domina il disco.
Ecco dunque un violento spot che investe 'Exile' e lo rivaluta, ed esageratamente lo celebra. Bill Janovitz ha scritto anni fa un libro di storia e analisi solo per quest'album, pubblicato anche in Italia dal Saggiatore; e la Universal ne ha festeggiato a suo tempo il quarantennale con una super deluxe edition per collezionisti, 2CD + 2 vinili + un DVD di trenta minuti e un elegante libretto in cui si racconta la tormentata gestazione, nella villa di Keith in Costa Azzurra, con amici chiamati in aiuto a comporre quel sublime caos – fra loro Nicky Hopkins, Bobby Keys, Billy Preston. Scommettiamo che altro, chissà cosa, salterà fuori per il cinquantennale, perché il mito gloriosamente resiste nel tempo e anzi si dilata.
La cosa buffa è che gli unici a non cantare le lodi dell’album sono sempre stati i Rolling. Sentite Jagger: “'Exile' non è uno dei miei album preferiti, anche se ha un feeling tutto particolare. Nell’insieme è un buon disco ma non sono sicuro che i pezzi siano così validi... Fu un gran calderone in cui gettammo di tutto. Se poi alla gente piace, tanto di guadagnato. Io però non penso che si tratti di un capolavoro.”
Leggete qui la storia, canzone per canzone, di "Exile on Main St.".
Leggete qui lo speciale di Rockol per i 46 anni di "Exile on Main St.".