«EXILE ON MAIN STREET - DELUXE EDITION - Rolling Stones» la recensione di Rockol

Rolling Stones - EXILE ON MAIN STREET - DELUXE EDITION - la recensione

Recensione del 15 mag 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Primavera 1971, Villefranche-sur-Mer, Costa Azzurra.
Nel vecchio quartier generale nazista un incessante viavai di spacciatori, groupies, scrocconi, rockstar, amanti, tecnici del suono, ospiti, intrusi e gendarmi sta interferendo con una jam session lunga settimane. Keith Richards, in esilio dalla Gran Bretagna assetata di tasse, ha affittato qui la splendida residenza di Nellcôte e vi ha impiantato il suo studio domestico: sono in corso le registrazioni di “Tropical disease”, il primo album dopo il divorzio tra gli Stones e l’orrido Allen Klein, ex manager al quale avevano deciso per tempo di ‘nascondere’ alcuni pezzi registrati dal 1968 in poi.
A Nellcôte l’eroina scorre a fiumi e Keef e la sua fidanzata Anita Pallemberg ci sono dentro fino al collo. Marshall Chess, eletto boss della nuova etichetta della band, cerca di capirci qualcosa mentre Jimmy Miller lavora per tenere le redini della situazione. Gram Parsons è una grande influenza country ma anche una pessima influenza. Bobby Keys suona come un Dio, Mick Taylor suona anche il basso al posto di un Bill Wyman spesso assente e sempre dissenziente. Ad occhio nudo, tutto sta andando a puttane.
Dalle otto di sera, chi c’è registra nel seminterrato fino al mattino. Mick non è tra i più assidui: coccola la moglie Bianca in dolce attesa di Jade e, comunque, non impazzisce per l’ambientino messo in piedi dal suo Glimmer Twin. D’altra parte, mentre il suo rapporto con la droga è sotto controllo e nel tempo sarà poco più che un flirt, Keith Richards è un junkie. Fortunatamente, per quanto la sua lucidità sia intermittente, la sua determinazione è feroce e al suo radar musicale non sfugge nulla: avverte il suo momento, il disco si muove nella sua direzione. Riesce a sporcarne il suono con eleganza da dandy e a ingarbugliarlo per sempre nelle radici del rock: rhythm and blues, country, soul, blues, boogie e rock and roll prima si affiancano in un’apparente schizofrenia, poi riemergono fusi dal caos con naturalezza, fino ad assumere la forma di una pietra miliare. Ma prima che ciò si realizzi…
Los Angeles, Sunset Sound Recorders, inizio 1972. I nastri registrati in Costa Azzurra sono densi e disordinati, Jagger prende il controllo. Visita una chiesa evangelica insieme a Billy Preston, si lascia fulminare sulla via del gospel e raffina con multipli overdub alcune gemme grezze importate dalla Francia e, dopo qualche tempo, quei nastri diventano finalmente l’album doppio “Exile on main street”, quello che per critica e fans sarà l’album ‘di Keith’. Perle come “Tumbling dice”, “Shine a light” e “Rocks off” si alternano a sorprese destinate a diventare piccoli classici minori come “Happy” e “Shake your hips”. Pezzi killer come “All down the line” e “Ventilator blues” fronteggiano il country che Gram Parsons stava inculcando in Keith Richards. Blues e rock and roll nella loro forma più grezza si lasciano deviare ed ammorbidire dal sax e dal piano. E in quella jam, si scoprirà, tutto aveva senso, c’era una band britannica che riscriveva con autorevolezza la musica americana.
’Exile’, che nel 1972 esordì al primo posto in classifica sia in U.S.A. che in U.K., nel 2010 resuscita nel momento in cui gli Stones debuttano con la Universal: per l’occasione, ecco una riedizione con 10 bonus track rispetto all’originale, praticamente un album extra. Alle due ‘alternate take’, “Loving cup” e “Soul survivor”, si aggiungono otto inediti, tra cui il primo singolo “Plundered my soul”, con Lisa Fischer e Cindy Mizelle alle backing vocals. Prevedibile la messe di edizioni e confezioni: dal CD base rimasterizzato con i 18 pezzi originali al doppio vinile, fino alle due edizioni deluxe: una con doppio CD, l’altra in cofanetto con due CD, un DVD, due vinili e un libro (e, sul fronte digitale, iTunes pubblicherà il pacchetto deluxe con video esclusivi). Se il primo "Exile on main street" fu una produzione di Jimmy Miller (che, all’occorrenza, non esitò a piazzarsi alla batteria in assenza di Charlie Watts nello scantinato francese…), i dieci “nuovi” brani sono targati Don Was, il produttore per antonomasia degli anni recenti della band che ha provveduto alla cernita, alla contestualizzazione temporale e alla produzione, sovraintendendo a interventi ex-novo da parte di Jagger (tra i quali testo e voce inediti su "Following the river", originariamente uno strumentale) e di Richards (nuove parti alla chitarra in "So divine (Aladdin story)", non necessariamente imperdibile…). Per ‘Sophia Loren’, cavallo di battaglia di decine di bootleg, arriva l’ufficializzazione con il titolo “Pass the wine (Sophia Loren)”: non possiamo chiamarlo una rivelazione, ma questo è un gran bel funky latineggiante, nel quale irrompe l’armonica di Jagger a ricordare uno dei suoi talenti meglio nascosti e a rivaleggiare con un grande Nicky Hopkins al piano. “Good time women” è la sorella più veloce di “Tumbling dice”, suona come se quest’ultima, giunta al termine, ricominciasse mutando all’improvviso in una jam dominata dal boogie. L’alternate take di “Soul servivor” è in effetti la sua versione ‘naked’: via i cori, via le tastiere, solo cinque corde su una Telecaster e il più grande sopravvissuto del rock che la infanga come nessuno meglio potrebbe, perfetto nel tentativo di stonare in quella che, ancora più di “Happy”, è la sua canzone.
In ‘Exile’, nel marcare per sempre la profonda differenza tra le proprie personalità e la dicotomia tra le rispettive inclinazioni umane ed artistiche, Richards e Jagger completarono la metamorfosi di un gruppo diventato per sempre l’incarnazione del rock. Volendone e dovendone possedere i fondamentali, i Rolling Stones ne risalirono le radici senza pregiudizi, innestando sulle dodici battute del blues che li avevano ispirati dieci anni prima una vena country che l’America aveva sempre tenuto separata, sporcando le influenze Stax e la tendenza Motown con le loro chitarre, finendo addirittura per coniare i prodromi del rock sudista dei decenni a venire, lasciando che il boogie-woogie si infilasse in ogni intercapedine. Lo fecero a modo loro: con una jam session regolata da una porta girevole, con talenti che entravano e uscivano, in maniera dissennata, edonista e inimitabile, finendo col produrre un disco sporco di un’eleganza incomparabile, impuro e bohemien come loro. Oggi, con dieci pezzi in più, rendono l’album praticamente un triplo. Credo che il Disc II possa suonare organico a suo modo alle orecchie di un neofita (beato lui!) ma che sia destinato a dividere nei giudizi i fans che hanno consumato l’originale, molti dei quali resteranno probabilmente perplessi anche rispetto alla scelta di rimasterizzare e alterare quel suono sporco così perfetto. Ma sarà una pacchia per i collezionisti, che gradiranno anche il libro di Bill Janovitz - che qualcuno si ricorderà come leader dei Buffalo Tom - stampato in Italia giusto in questo giorno da Il Saggiatore.
Resta un fatto, comunque: dopo che a partire dal 1968 avevano pubblicato in sequenza "Beggar's banquet", "Let it bleed" e "Sticky Fingers", nel 1972 con "Exile on main street" gli Stones calarono il poker al tavolo del rock.
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