L’operazione dei Turnstile per abbattere i confini
Quando Elton John decise di inserire “Seein’ Stars” nella sua playlist estiva dello scorso anno, diventò ancora più evidente quanto i Turnstile fossero ormai capaci di muoversi ben oltre il territorio da cui erano partiti. La successiva vittoria ai Grammy dell'album “Never Enough”, premiato come “Best Rock Album”, mentre “Birds” si aggiudicava quello per la “Best Metal Performance”, confermò che l’hype cresciuto intorno alla band di Baltimora non dipendeva soltanto dalla curiosità del grande pubblico verso un gruppo proveniente dall’hardcore. Con il loro quarto album Brendan Yates e soci avevano trovato un punto di incontro tra la fisicità delle origini e una scrittura sempre più melodica, spaziosa e contaminata, capace di passare dall’alt-rock alla disco, dalle atmosfere baleariche all’elettronica senza perdere completamente il contatto con il pit. A spostare ancora più avanti quel confine arriva ora “Never Enough: Versions”, rilettura del disco del 2025 affidata a musicisti che vanno dallo stesso Elton John ai Dying Fetus, passando per Hayley Williams, Blood Orange, Four Tet, A. G. Cook, Shabaka, Slayyyter, Alex G e Angel Du$t.
L’operazione “Never Enough: Versions”
“Never Enough: Versions” arriva per rendere esplicito qualcosa che nel disco originale era già evidente. Le canzoni dei Turnstile non appartenevano più soltanto all’hardcore, anche quando continuavano a conservarne l’urgenza e l’impatto. “Never Enough” aveva portato ancora più avanti il percorso aperto da “Glow On”, facendo convivere nello stesso spazio chitarre pesanti, aperture pop, elettronica, fiati, ritmi da pista e momenti contemplativi. Qui quelle aperture diventano porte lasciate completamente spalancate. I Turnstile consegnano i propri pezzi ad altri artisti e permettono loro non tanto di decorarli, quanto di cercare al loro interno una canzone diversa. È anche per questo che il progetto è più interessante quando si allontana maggiormente dall’originale e smette di comportarsi come una semplice raccolta di remix.
Il risultato racconta bene l’evoluzione di una band che in pochi anni è passata dai piccoli club della scena di Baltimora ai grandi festival, ai sold out e infine ai Grammy senza costruire il proprio successo sull’addomesticamento del suono. Al contrario, i Turnstile hanno progressivamente complicato la propria identità. Se “Never Enough” aveva dimostrato che hardcore e pop potevano occupare lo stesso disco senza necessariamente annullarsi, la riedizione “Versions” prova a capire quanto lontano possano viaggiare quelle stesse composizioni. Alcune resistono quasi a qualsiasi trasformazione, altre cambiano completamente faccia. E proprio questa elasticità finisce per dire qualcosa anche sulla qualità della scrittura originale, perché sotto produzioni, generi e strumenti diversi rimangono quasi sempre riconoscibili le strutture e le melodie da cui tutto è partito.
Quando l’hardcore interessa le masse
Tra gli episodi più riusciti c’è “Birds”, che da sola riassume il senso dell’intero esperimento. Slayyyter - che con il suo terzo album, “Wor$t Girl In America”, quest'anno si è confermata come una delle proposte più interessanti - ne prende l’aggressività e la sposta verso l’electroclash, trasformandola in un pezzo sintetico e irrequieto che conserva il nervosismo dell’originale senza provare a imitarne la violenza. I Dying Fetus compiono il movimento opposto e scavano ancora più a fondo nella componente pesante, sostituendo la spinta hardcore di "Birds" con riff death metal taglienti e growl, rendendo quasi paradossale il passaggio di una canzone appena premiata ai Grammy a una versione ancora più estrema. È proprio quando le riletture prendono decisioni così nette che “Versions” trova una sua ragione d’essere. Gli Angel Du$t scompongono “Sunshower” passando dal punk a momenti elettronici più rarefatti fino a sfiorare il doom, mentre Shabaka porta “Slowdive” verso lo spiritual jazz. A. G. Cook trascina “Dull” in un ambiente industriale sporco e digitale, Dan Deacon prende “Dreaming”, con i suoi fiati e quell’incrocio quasi improbabile tra hardcore e mariachi, e la trasforma in una corsa drum’n’bass euforica. Brandon Woody parte dalla stessa canzone per arrivare invece allo smooth jazz e al sax, dimostrando quanto due interpretazioni possano individuare possibilità completamente diverse nello stesso materiale.
Anche nei momenti più morbidi il disco trova alcune delle sue idee migliori. Blood Orange rende “Light Design” ancora più sospesa e malinconica, mentre Oklou ne offre una lettura più cupa e sonnambula. Hayley Williams rallenta “Ceiling” e ne tira fuori un’anima soul che nell’originale rimaneva più nascosta, e che contemporanemante svela un'altra anima della voce dei Paramore. Elton John, finalmente entrato direttamente nel mondo della band dopo averne pubblicamente mostrato l’apprezzamento, aggiunge pianoforte e voce a “Seein’ Stars”. La presenza del musicista di Pinner ha un valore simbolico enorme, forse persino superiore a quello strettamente musicale, perché la versione non stravolge davvero una canzone che aveva già nella propria struttura una forte componente pop e danzereccia. Four Tet porta “Look Out For Me” fuori dalle coordinate della frenesia e la riveste di eleganza elettronica, mettendo ordine in un brano originariamente costruito su colpi secchi di batteria e chitarre pesanti.
Non tutte le operazioni, del resto, colpiscono allo stesso modo. Floating Points trasforma “Sole” in hard house senza riuscire a conservarne tutta la tensione, mentre la “Dull” di Chanel Beads finisce per appiattire proprio un brano che avrebbe avuto bisogno di essere destabilizzato. Anche la conclusiva “Time Is Happening” con Mustafa e Julien Baker aggiunge molto senza necessariamente diventare più incisiva, quasi a ricordare che moltiplicare prospettive e talenti non significa automaticamente migliorare una canzone.
I Turnstile avevano bisogno di tutti questi ospiti?
Mentre “The Calm and the Chaos”, il nuovo progetto culturale di Stone Island dedicato alla scena hardcore e metalcore internazionale, ha riaperto discussioni mai davvero sopite su autenticità, appartenenza e rapporto tra sottoculture e grandi marchi, i Turnstile hanno chiamato a raccolta popstar, produttori elettronici, musicisti jazz, cantautori indipendenti e una band death metal per intervenire sul disco che li ha definitivamente portati nel mainstream. La domanda su quanto l’hardcore possa allargarsi prima di perdere qualcosa della propria identità accompagna ormai inevitabilmente la loro crescita, ma “Never Enough: Versions” risponde senza cercare una definizione definitiva. I Turnstile non avevano bisogno di Elton John, dei Dying Fetus o di Hayley Williams per dimostrare di essere arrivati da qualche parte. Brendan Yates e soci avevano semmai bisogno di tutti queste voci fuori dall'hardcore per mostrare quanto il proprio repertorio potesse essere portato altrove. Nel 2021 i Metallica avevano fatto qualcosa di simile con “The Metallica Blacklist”, chiamando decine di artisti provenienti da mondi diversi a reinterpretare “The Black Album” per celebrarne i trent’anni e, insieme, mostrare quanto quelle canzoni fossero riuscite a superare i confini del metal. Per i Turnstile il significato è quasi rovesciato. Non stanno celebrando a distanza di decenni l’influenza di un classico, ma stanno usando un disco uscito appena un anno fa per affermare in tempo reale il desiderio di non essere contenuti in una sola scena.
“Never Enough: Versions” non rende necessariamente migliore “Never Enough” e in alcuni punti conferma anzi quanto le versioni originali avessero già trovato il proprio equilibrio. Non a caso il progetto si completa, sul secondo disco, proprio con il quarto album dei Turnstile nella sua forma originale, invitando l’ascoltatore a tornare a un disco che dallo scorso anno continua a mostrare quanto l'incontro tra durezza, melodia e sperimentazione fosse già compiuto. “Never Enough: Versions” dimostra che il successo non ha portato i Turnstile a scegliere una direzione più semplice, ma li ha convinti, ancora una volta, a cercarne molte contemporaneamente.