La solitudine dei numeri uno

Le radio passavano le sue canzoni, la gente le ascoltava sulle piattaforme, Dischi di platino su Dischi di platino. Tutto bellissimo. Ma Coez non se l'è vissuta benissimo. L'intervista al cantautore e rapper romano, che torna con il nuovo album "Volare".
La solitudine dei numeri uno

“Questi platini non placano mica la fame, quella vera”, rappa Coez in “Ol’ Dirty”, uno dei tredici pezzi del suo nuovo album “Volare”. Ed è già di per sé una notizia, che Coez torni a rappare. Non che non l’abbia proprio mai fatto, in questi ultimi anni (c’erano rime anche in “Faccio un casino”, il disco del 2017 che a sorpresa lo catapultò in cima alle classifiche, e ha rappato anche nel video con il quale ha annunciato sui social, con un freestyle, l’uscita dell’ideale successore di “È sempre bello”). Ma fa sempre un certo effetto, per chi lo segue da prima della svolta cantautorale: dischi come "Figlio di nessuno", "Fenomeno" e "Senza mani" sono lì, e gridano vendetta. L’altra notizia è che il successo degli ultimi quattro anni, come racconta lui stesso, non ha saziato Silvano Albanese – questo il vero nome del 38enne cantautore e rapper romano. Tutt’altro. Gli ha fatto venire più fame. Ma non di streams e di Dischi di platino: di vita vera. Quella che la popolarità, con i suoi lati oscuri, gli ha portato via (“Ora che il mio pezzo suona / mentre metto benzina in un autogrill / e tu sei da sola / chissà dove?”, canta in “Sesso e droga”). Da "La rabbia dei secondi", come si intitolava una sua vecchia canzone, alla solitudine dei numeri uno.

Il momento più difficile?
“I mesi immediatamente successivi all’uscita di ‘È sempre il bello’.

Le radio passavano le mie canzoni, la gente le ascoltava sulle piattaforme, Dischi di platino su Dischi di platino. Tutto bellissimo, ma qualcosa in me si era rotto”.

Cosa?
“Il successo non me lo stavo vivendo bene già da prima. Ma durante il lungo tour di ‘Faccio un casino’, 90 date tra il 2017 e il 2018, non avevo avuto nemmeno il tempo per metabolizzare quello che stava accadendo. Chiusa la promozione di ‘È sempre bello’, invece, mi sono ritrovato per la prima volta dopo diversi mesi chiuso in casa. Da solo. E ho capito che fondamentalmente quel successo era una rogna”.

Perché?
“Gli amici mi dicevano: ‘Usciamo, andiamo a cena fuori’. Gli rispondevo: ‘Ma dove vado? Non capite che vi rovinerei la serata?’. L’hype nei miei confronti era diventato gigantesco”.

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“Volare è un fan che mi chiede un cinque senza foto”, dici nel freestyle con il quale hai annunciato l’uscita dell’album: ti sei mai negato a un selfie o a un autografo?
“No, mai. Ho sempre detto di sì a tutto, anche se – per carattere – mi imbarazza un po’ alzarmi dalla sedia dentro un ristorante per fare una foto con qualcuno, finendo inevitabilmente al centro dell’attenzione. Comunque c’è solo da essere contenti: quel tipo di affetto ti fa sentire fortunato”.

Come hai reagito a quella pressione?
“Facendo un passo di lato. Cercando di riportare tutto quel successo a una dimensione più umana. Con un disco che strizza l’occhio, più che ai palasport, al mondo dei club (dove si esibirà all’inizio del 2022 – qui il calendario del tour, ndr). E che segna anche il mio ritorno alle origini. Quando come prima anticipazione del disco ho pubblicato ‘Wu-Tang’, ispirata al gruppo newyorkese che negli Anni ’90 ha scritto alcune delle pagine più belle della cultura hip hop, le reazioni sono state contrastanti. Quelli che mi hanno scoperto con ‘Faccio un casino’ e ‘È sempre bello’ mi hanno detto: ‘Non ti riconosciamo’”.

C’era da aspettarselo.
“Vero. Ma io ho ragionato di pancia, non di testa. Avevo voglia di tornare con questo pezzo, fare pace con il mio passato. I fan di vecchia data, quelli che mi seguivano da prima del boom, hanno risposto: ‘Finalmente’”.

Non era rischioso tornare con un singolo del genere?
“Sì.

Ma pensavo di potermelo concedere, in questa fase della mia carriera. Comunque subito dopo ho sparigliato di nuovo le carte con il singolo ‘Come nelle canzoni’, che abbiamo mandato in radio (è il pezzo italiano più suonato, questa settimana, ndr). L’obiettivo che mi ero dato era quello di fare un disco inclusivo, che non lasciasse indietro nessuno e che parlasse a tutte le tipologie di fan che mi hanno permesso di arrivare dove sono oggi. C’è il Coez più romantico di ‘Occhi rossi’ e ‘Margherita’ e quello più aspro di ‘Casse rotte’ con il mio ex gruppo, i Brokenspeakers, e ‘Ol’ Dirty’, con Noyz Narcos”.

Non passa inosservata l’assenza di Niccolò Contessa, che aveva contribuito non poco al successo di “Faccio un casino” e “È sempre bello”: hai tagliato il cordone ombelicale?
“Sì. Anche se nel disco, comunque, in un modo o nell’altro c’è. ‘Fra le nuvole’ l’ho registrata nel suo studio, a Roma. Esiste anche una versione prodotta da lui, magari prima o poi uscirà”.

Rischiavate di ripetervi?
“Forse sì. Non nascondo che abbiamo anche provato a fare qualcosa insieme. Però ad un certo punto entrambi abbiamo capito che era meglio riconoscere che insieme avevamo già dato tanto. Stavolta ho lavorato con Ceri, Sine, Ford78. A Niccolò ho fatto ascoltare il disco in anteprima. Su ‘Occhi rossi’ mi ha detto: ‘Questo è il pezzo più bello che tu abbia mai scritto’”.

Esiste ancora l’indie?
“Il fatto è che ogni cosa che nasce all’inizio è una determinata cosa. Poi che ne entra a far parte ne stravolge talmente tanto le regole che la trasforma in qualcos’altro. Se l’indie esiste ancora, di sicuro non è più I Cani, Calcutta, il primo disco dei Thegiornalisti. Rimane un’etichetta che descrive magari un movimento alternativo al rap o alla trap”.

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E il rap? È ancora espressione della minoranza, come ha detto Hell Raton a “X Factor”, prima di essere smentito da Manuel Agnelli?
“Non ne faccio un discorso di maggioranza o minoranza. Se i rapper fanno quei numeri sulle piattaforme, e di conseguenza occupano i primi posti delle classifiche, è perché riescono a intercettare i gusti della generazione, quella dei ragazzini, che usa di più le piattaforme”.

La citazione di “Damn.” di Kendrick Lamar è voluta, con copertina dell’album?
“Abbastanza. Ma non cercata. L’abbiamo pescata tra vari scatti che avevamo fatto. Quando l’abbiamo vista abbiamo detto: ‘È questa’. Poi ci siamo accorti che c’era quell’analogia con Kendrick”.

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Il sax di “Sesso e droga”, il pezzo con Guè Pequeno e Gemitaiz, è un omaggio al Vasco di “Cosa succede in città”?
“In realtà no. Volevamo fare un pezzo à la ‘Baby Blue’ di Action Bronson e Chance the Rapper, prodotto da Mark Ronson. Una canzone d’amore un po’ funny. I fiati ci stavano bene. L’unica reference italiana è il campionamento di ‘Mio fratello è figlio unico’ di Rino Gaetano in ‘Fra le nuvole’”.

Perché proprio Rino Gaetano?
“È uno dei miei punti di riferimento. Lo cito anche in ‘Flow Easy’. Mi piaceva l’idea di prendere un pezzo storico della canzone italiana e scriverci sopra, come fanno da tempo negli Usa”.

Il progetto “Nella casa” che fine ha fatto?
“L’ho dovuto abbandonare, la pandemia ha bloccato tutto. Franco126 doveva essere l’autore dei brani. Alla fine siamo riusciti a chiudere un pezzo, ‘Crack’, che ho inciso con Salmo e Massimo Pericolo. Abbiamo provato pure a fare un paio di canzoni a tre voci, con lui e Frah Quintale. Sulla carta un trio esplosivo, ma i risultati non mi convincevano”.

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Quanto è importante dire dei no, oggi?
“Per me è fondamentale. Non sono per i duetti fini a sé stessi, pensati per fare i numeri sulle piattaforme. Se il pezzo gira, bene. Altrimenti amici come prima. Con Franco e Frah è andata così”.

Un tour nei palasport nel 2022 lo escludi?
“Non è previsto, per questo album. Al massimo se in alcune città le vendite andranno particolarmente bene (Torino, Milano, Brescia, Roncade, Parma, Firenze, Ravenna e Roma sono già sold out, ndr), raddoppieremo o triplicheremo le date. Stavolta me la voglio vivere diversamente”.

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