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Beatles, "Get back": quando i Fab Four inventarono il Grande Fratello

La recensione del documentario di Peter Jackson, da oggi su Disney+
Beatles, "Get back": quando i Fab Four inventarono il Grande Fratello

468 minuti equivalgono a quasi otto ore di filmato.

Mi è stata data l'opportunità di guardare tutte e tre le puntate di "Get Back", il documentario che debutta questa sera su Disney+ e sarà suddiviso in tre parti, ma con l'obbligo di guardarlo tutto in un solo giorno. E' stato un (imposto) binge watching, che quasi inevitabilmente si è rivelato, oltre che interessante, anche faticoso e stancante. Ne sono uscito con un senso di claustrofobia - praticamente tutte le riprese sono in interni, prima negli studi di Twickenham poi nello studio di registrazione della Apple, ad eccezione del finale concerto sulla terrazza - che sicuramente assomiglia a quello sperimentato dai Beatles durante la realizzazione delle riprese che costituiscono il contenuto di "Get back". E che sono state, in sostanza, una sorta di "Grande Fratello" ante litteram.

Cos'è, dunque, questo "Get back"? In sostanza, è il making of di "Let it be", il film diretto da Michael Lindsay-Hogg uscito nel 1970 (e un giovanissimo Lindsay Hogg allora ventinovenne è anche un protagonista del documentario), realizzato avendo a disposizione l'intero quantitativo di audio e video registrati in quei giorni del gennaio 1969: 60 ore di video, 150 di audio. Non sorprende che a Peter Jackson siano serviti quattro anni di lavoro per venirne a capo.
Quando Lindsay-Hogg accettò l'incarico, il suo intento era quello di andare il più vicino possibile al concetto di "fly on the wall" - essere in una stanza per ascoltare e guardare quello che vi avviene senza essere notato.

Ma non esistendo la tecnologia attuale, non gli fu possibile installare videocamere nascoste: le cineprese giravano pellicole in 16mm ed erano montate su treppiedi. Per evitare il più possibile che i Beatles fossero consci e consapevoli di essere filmati, e quindi fossero meno spontanei e naturali, il regista istruì i cameraman a fissare le inquadrature, coprire la lucina "on" della cinepresa con del nastro isolante nero e allontanarsi dal treppiede. Anche così, però, in almeno un'occasione McCartney avvisa i suoi interlocutori: "Ci stanno riprendendo, prima di continuare questo discorso facciamo spegnere le cineprese".
E John e George hanno l'accortezza, durante le loro conversazioni a due, di suonare le loro chitarre, per coprire in qualche modo la conversazione (ma la tecnologia dell'intelligenza artificiale ha permesso a Peter Jackson di isolare le sole voci).
Lindsay-Hogg si spinse fino al punto di nascondere dei microfoni in sala mensa, sicché la conversazione fra John e Paul dopo l'abbandono (temporaneo) di George - "see you round the clubs" - è documentata, benché solo in audio.

Raccontare quasi otto ore di documentario è sostanzialmente impossibile; quello che si vede, ma lo sapete già, sono i Beatles che provano canzoni nuove (che poi finiranno solo in parte nel disco "Let it be", nella versione prodotta da Phil Spector) e discutono dell'ipotetico concerto dal vivo che dovrebbe coronare il periodo di prove a Twickenham, nella sala di posa messa a disposizione da Denis O'Dell, che all'inizio di febbraio vi avrebbe cominciato le riprese del film "The magic Christian".
Sono costretto ad ammettere i miei limiti di anglofono autodidatta: per me è risultato impossibile decifrare integralmente il contenuto delle conversazioni, e sicuramente mi sono perso dei passaggi importanti (del resto sottotitolare tutte le conversazioni, con le voci che si sovrappongono, sarebbe stato impossibile). Ma cosa mi è rimasto, allora, dall'esperienza della visione integrale?

Intanto, mi ha stupito la quantità di tabacco consumato: Lennon e Harrison hanno quasi costantemente una sigaretta fra le labbra, più di Paul e Ringo (Lindsay-Hogg contribuisce con il suo sigaro).
Poi ho ammirato la continua disponibilità di Ringo, che evidentemente si annoiava molto, dovendo aspettare che le canzoni venissero costruite con le chitarre dagli altri tre, eppure ogni volta che quelli attaccano un pezzo è prontissimo ad accompagnarli (Ringo parla pochissimo, nel documentario).
Mi ha colpito una scena in particolare: quella in cui John e Paul si divertono moltissimo cantando "Two of us", una canzone evidentemente autobiografica della loro coppia (anche se McCartney nel suo libro "The Lyrics" tenta di accreditare una versione secondo la quale la canzone parla di lui e Linda).

Paul e John si guardano negli occhi, si sorridono, interagiscono anche con il linguaggio del corpo, ed è evidente che fra loro due c'è un legame strettissimo dal quale George si sente escluso, non solo per ragioni musicali.  .

A proposito di Yoko Ono, che è costantemente al fianco di John, devo riconoscere che è una presenza discreta e quasi sempre muta; anche lei, alla quale la musica pop interessava poco, dev'essersi annoiata incredibilmente, in quelle quattro settimane di clausura. Mi ha fatto tenerezza una breve sequenza in cui a Yoko viene offerta una tavoletta di gomma da masticare: lei la scarta, la spezza in due e ne offre metà a John, ma senza parlargli, semplicemente mettendogli in mano la mezza tavoletta; lui, impegnato in una conversazione, la prende e se la infila in bocca, con solo un distratto cenno di ringraziamento. 
Dal documentario appare evidente il ruolo di capoprogetto che si era autoassegnato McCartney, che - com'è sua inclinazione - abbonda in istruzioni agli altri su cosa devono suonare; sappiamo che George ne era molto infastidito, vediamo che Ringo accetta di buon grado i suggerimenti sulle parti ritmiche, ma non mi aspettavo che Lennon fosse così disponibile a seguire le indicazioni di Paul su come suonare la sua chitarra.

Il documentario testimonia come George Martin sia rimasto molto defilato durante le due settimane a Twickenham, mentre la sua partecipazione è più evidente nei giorni trascorsi agli Apple Studios.
E' interessante notare che nelle due occasioni in cui John e George parlano di Allen Klein - il manager statunitense al quale meditano di affidare la gestione degli affari dei Beatles - lo fanno quando Paul non è presente; il che testimonia come McCartney non avesse tutti i torti quando sosteneva che era stato ordito un complotto alle sue spalle.
Avevo letto che il documentario si chiudeva con la versione integrale del concerto sulla terrazza: è vero, è così, ma quasi tutta quella parte è proposta in split-screen, cioè con tre inquadrature diverse affiancate: una scelta registica che personalmente ho trovato poco sensata, benché indubbiamente funzionale.

In tutto questo non ho detto niente della musica: bene, è impressionante la quantità di canzoni provate e suonate, per intero o parzialmente, nel documentario (sono più di duecento, qui l'elenco completo), come è molto interessante assistere alla creazione di "Get back" (la canzone) praticamente da zero. Certo è che la prolificità e la creatività e le capacità musicali dimostrate confermano appieno la convinzione che i Beatles siano stati quattro musicisti di grandissimo livello.

Infine, un'annotazione da studioso della storia dei Beatles: finalmente, nei titoli di coda della terza parte del documentario, vengono rivelati i nomi dei quattro agenti di polizia di Londra che cercano di far cessare il concerto sulla terrazza. Li scrivo qui, per consegnare i loro nomi alla storia: erano gli agenti Ray Dagg, Ray Shayler, Peter Craddock e il sergente David Kendrick. Se io fossi un giornalista di "Mojo", cercherei di rintracciarli per raccogliere la loro testimonianza.

 

 

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