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I Fontaines D.C. fanno tremare gli stucchi del Teatro Regio di Parma

La band irlandese, ospite del Barezzi Festival, presenta per la prima volta in Italia l’album “A Hero’s death”, confermandosi uno dei gruppi più potenti della nuova scena rock.
I Fontaines D.C. fanno tremare gli stucchi del Teatro Regio di Parma

Una litania viscerale e intensa, con luci verde Irlanda, scariche e fulmini rock a far vibrare la pelle dei presenti, oltre agli stucchi e alla tradizione del Teatro Regio di Parma. I Fontaines D.C., ospiti del Barezzi Festival (qui la gallery fotografica), presentano per la prima volta in Italia il loro secondo disco, “A Hero’s death”, uno dei progetti più significativi dello scorso anno. E lo fanno in un’ora e dieci di musica sparata e diretta, senza mai proferire una parola, una canzone dopo l’altra, e senza dimenticare di attingere per la scaletta anche dal primo disco “Dogrel”.

Un set compresso che non lascia respiro, creando un unico grande poema narrativo post punk. Gli irlandesi Carlos O’ Connell, Conor Curley, Conor Deegan III, Grian Chatten e Tom Coll hanno una forza tranquilla, granitici e vigorosi in mezzo a una tempesta di suoni che, sin dal trittico iniziale “A Hero’s death”, “A Lucid Dream” e “Sha sha sha”, fa capire che non ci sarà alcuna variazione più soft alla scaletta, nonostante l’esibizione in un teatro abituato agli abiti eleganti e alle voci educate della lirica.

Chatten, il cantante del gruppo, stivali, pantaloni dell’Adidas anni ’90 e maglietta della storica band alternativa irlandese Whipping Boy, mette i brividi per la visceralità con cui si approccia alle canzoni: gira in cerchio sul palco come un pazzo nella sua ora di libertà, muove le mani in modo compulsivo, alza l’asta del microfono verso il cielo e si agita in modo scomposto e nevrotico, richiamando continuamente il calore del pubblico. Non sappiamo quanto ci sia di costruito, quanta volontà premeditata ci sia nell'evocare lo spirito di Ian Curtis, ma tutto arriva in modo reale, genuino. Il tamburello buttato a terra con l’urlo strozzato in gola “I don't belong to anyone”, “io non appartengo a nessuno”, e l’invocazione quasi mistica sul brano “The Lotts” sono immagini poderose, e per alcuni frangenti anche commoventi, di un concerto che non ha mai un momento di stanca, anche grazie alla scelta di una scaletta ponderata. La martellante “Living in America” e l’uragano di suoni di “Hurricane Laughter” fanno da preludio a quello che di lì a poco avrebbe coinvolto tutti i settori del teatro: un tutti in piedi generale. Difficile, a tratti impossibile, rimanere ancorati alle poltrone che, visti i movimenti frenetici e la voglia di scatenarsi del pubblico, sembrano sedie elettriche.

A unire i cinque studenti D.C., di Dublino City, ai tempi dell’università fu in primis la poesia. La stessa che, attraverso le canzoni, arriva come una carezza di una mano cartavetrata fra addii, storie ai confini dell’esistenza, amori tormentati, questioni di mente, corpo e spirito che possono diventare argomento di discussione con un tassista durante una notte strana e magica, come ricorda "Boys in the Better Land". Tutto è racchiuso in un sound denso e conturbante, fra ballate violente e canzoni scalpitanti e allo stesso tempo eleganti. Segno di una band giovane che vanta una cura del suono spasmodica.

Dopo il bis, a concerto finito, si ha la percezione che quel vigore sonoro ed emotivo sia ancora nell’aria, proprio come avviene dopo una saetta che taglia il cielo e si schianta a terra. È proprio quello che dovrebbe fare un concerto rock: lasciare il pubblico in uno stato d’animo diverso da quello con cui è entrato. I Fontaines D.C. si confermano una delle band più interessanti del movimento post punk Uk, capace di offrire un nuovo futuro al genere.

Scaletta:
A Hero’s Death

A Lucid Dream
Sha sha sha
Chequeless Reckless
You said
I don’t belong
The Lotts
Living In America
Hurricane Laughter
Too real
Big
Televised Mind
Boys In The Better Land

Bis:
Roy’s tune

Liberty Belle

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