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R.E.M., 10 anni dopo: “Nessun rimpianto, abbiamo fatto qualcosa di unico e preso la decisione giusta”

Conversazione con Mike Mills, l’”arma segreta” della band, in occasione della ristampa di “New adventures in Hi-Fi”, che esce oggi: “Un album che per noi segnò la fine di un’era”
R.E.M., 10 anni dopo: “Nessun rimpianto, abbiamo fatto qualcosa di unico e preso la decisione giusta”
Credits: Rockol

10 anni fa si scioglievano i R.E.M., 25 anni fa la band pubblicò uno dei suoi dischi più amati, "New adventures in hi-fi". Un titolo ironico, perché venne registrato tra soundcheck e camerini durante il lungo tour del '95: 11 mesi di concerti in giro per il mondo, dall'Australia all'America passando per l'Europa. E portato a termine nonostante una serie di stop forzati, dall'aneurisma che quasi costò la vita a Bill Berry, ai problemi (meno gravi) che fecero finire in sala operatoria anche Mike Mills e Michael Stipe. Ciò nonostante la band prese l'abitudine di suonare nuove canzoni e di provarne altre durante le pause: il materiale venne terminato in studio ad inizio '96 e diventò il disco più vario della carriera della band, tra rock chitarristico diretto e sfacciato come "The wake-up bomb" e sperimentazioni come l'iniziale e spiazzante "How the west was won and where it got us". L'album viene ristampato oggi, con un secondo CD/disco di rarità e inediti.

"È un disco fuori dal normale", racconta Mike Mills, dalla sua casa di Athens, Georgia. Eddie Vedder quando presentò la band alla Rock and Roll Hall of Fame, lo definì "l'arma segreta" dei R.E.M.: polistrumentista, cantante, autore e persona affabile. Ancora oggi è quello che si prende il compito di raccontare le nuove pubblicazion del gruppo, assieme a Stipe. E non si tira indietro neanche quando gli si chiede, per l'ennesima volta, cosa prova rispetto alla decisione presa 10 anni fa quando la band a sorpresa annunciò lo scioglimento...

Partiamo dal titolo: che effetto fa oggi parlare di “Nuove avventure nell’alta fedeltà”?
Continuo ad amare quel titolo. Fu un’idea di Peter, un riferimento a quei dischi degli anni ’60, quando l’Hi-Fi era una novità e vedevi album che esibivano riferimenti all’ultima tecnologia all'avanguardia. Ovviamente negli anni ’90 l’Hi-Fi era un concetto superato: era quello il suo bello, faceva sorridere, pensando a come venne inciso.

Quel disco venne registrato durante un tour complesso, quello che seguì a "Monster": Bill Berry che rischiò di morire, tu e Stipe ricoverati in ospedale. Che ricordo hai di quel periodo?
Il tour in realtà non fu così maledetto come lo racconta qualcuno. Sì, ci spaventammo per Bill, ma alla fine ne uscì bene. Anche la mia operazione non fu piacevole, certo, ma ci divertimmo. La cosa che mi rimane ancora oggi di quel periodo è il ricordo dei concerti belli in giro per il mondo: fu un tour divertente.

Le canzoni vennero provate e in parte incise durante i soundcheck: quei momenti facevano parte del divertimento?
Sì, e fu qualcosa di inaspettato. Ci sono band che non fanno neanche il soundcheck di persona, lo lasciano fare ai roadie. A noi è sempre piaciuto suonare davvero in quei momenti: abbiamo pensato di renderli utili, divertendoci.
Volevamo fare un disco che parlasse dell’essere in tour, ma non direttamente.

Non volevamo raccontare quanto sei stanco e solo, parlare di camere d’albergo dove non riesci a dormire. L’avevano già fatto altri, non servivano altre canzoni sul tema. Volevamo registrare .on the road e far si che l’atmosfera del viaggio permeasse le canzoni. È un disco fuori dal normale.

Poi completaste le canzoni in studio a Seattle, giusto?
Sì, ma la maggior parte delle tracce base vennero registrate dal vivo o durante i soundcheck, anche in situazioni come bagni o camerini. Solo “How the west was won” venne scritta e incisa completamente in studio. "New adventures" non voleva essere un disco dal vivo tradizionale: ogni canzone arrivava da spunti e registrazioni diversi.

Il disco suona bene, in modo naturale, ancora oggi: fu difficile trovare una forma di coerenza sonora in materiale con provenienze così diverso?
In realtà il suono che avevamo dal vivo non è così diverso da quello in studio, anche in termini di strumenti e amplificazione. Ma è questo un disco che non cercava necessariamente una qualche forma di unità. È un album che va in direzioni diverse e in questo è diverso da lavori come “Murmur” o “Automatic for the people”. È, appunto, come quando sei in tour: suoni di tutto.

Artisti come Radiohead o Jackson Browne hanno inciso album con approcci simili. Quali furono le vostre fonti di ispirazioni?
Con tutti il rispetto, fu una nostra idea. Pensammo che volevamo semplicemente utilizzare in maniera sensata i tempi morti del tour, portandoci avanti per il disco successivo e evitando di rimanere intrappolati nella solita routine del cercare uno studio e passarci delle settimane.

È anche il disco di studio più lungo della vostra carriera.
Sicuramente ha a che fare con la capienza dei CD: sul vinile non potevi mettere 64 minuti di musica, a meno di fare un doppio. Sono contento che nella nostra discografia ci sia un lavoro così, ma so anche che significa richiedere molto tempo e molta attenzione ai tuoi fan e ai tuoi ascoltatori. Non avremmo potuto farlo per ogni album, ma aveva senso in questo caso perché questo disco è appunto un lavoro molto diverso dagli altri. Anche in questo aspetto, ha che fare con le dimensioni del tour, che spesso sembrano troppo lunghi.

Per i R.E.M. fu la fine di un’era: L’ultimo disco con Bill Berry, la separazione dal vostro manager storico Jefferson Holt, il rinnovo con la Warner per quello che al tempo venne raccontato come il contratto discografico più importante di tutti i tempi.
Si, penso sia così, anche se al tempo non lo sapevamo, e non sapevamo che poi Bill avrebbe lasciato la band.

È sicuramente un disco ponte tra i R.E.M. degli anni ’80 e ’90, quelli con Bill, e quelli del periodo successivo. Fu un periodo intenso, in cui dovemmo decidere se continuare e reinventarci, cosa che facemmo anche perché uscendo dalla band Bill era stato chiaro: dovevamo andare avanti anche senza di lui.

Per alcuni fan “New Adventures” è il disco migliore dei R.E.M: comprende molte anime diverse del suono della band. Nella tua classifica personale dove sta?
Amo tutti i miei figli allo stesso modo, ma non li ascolto molto ora perché tendo ad essere sempre molto critico e a trovare piccole cose che ora farei diversamente. Ma è davvero un disco unico, con un livello molto alto delle canzoni, che racconta bene la nostra energia dal vivo.

Per altri, dopo “New adventures” e con l’uscita di Bill Berry è iniziato il declino dei R.E.M.. Sei d’accordo?
Penso che questa lettura abbia a che fare con il fatto che la musica che ascolti durante i tuoi anni di formazione sarà sempre più importante di quella che ascolti quando hai 30 o 40 anni. Per molti fan che sono cresciuti con noi dagli esordi, le canzoni della nostra prima fase saranno sempre più importanti, e va bene così. I R.E.M. Hanno iniziato il declino, dopo questo album? No, non credo: siamo semplicemente diventati una band diversa.

Il rinnovo del contratto con la Warner fu molto discusso al tempo, per via delle importanti cifre che circolarono: venne raccontato come "il più grosso contratto discografico mai firmato da una band". Per la prima volta i R.E.M. non erano più i beniamini della stampa, ma delle rockstar.
Non puoi controllare sempre quello che dice la gente, e qualunque cifra che sia girata al tempo va bene così, succede lo stesso quando vendi milioni di copie e qualcuno ti fa i conti in tasca.

Per essere onesti, penso che ce lo meritassimo: la Warner aveva fatto un sacco di soldi con la nostra musica, era giusto che ce ne rendesse una parte. Sicuramente non ha cambiato il modo in cui facemmo musica, quindi importa davvero?.

Quale fu la reazione della Warner quando, dopo un contratto del genere, proponeste come primo singolo una canzone difficile come “E-bow the letter”?
Non fu una mossa di carriera intelligente, diciamo… Forse avremmo dovuto lasciargli scegliere una canzone più diretta, come “The Wake-Up Bomb”, ma siamo sempre stati dei bastian contrari e abbiamo pensato di scegliere un non-singolo come apripista. Non abbiamo mai fatto solo musica per vendere dischi. E alla fine ne uscimmo comunque sani e salvi, perché il disco andò bene.

Quello fu anche il periodo in cui iniziaste a diventare più amati in Europa che in America.
Fu un processo iniziato con “Out of Time” e “Losing My Religion”, che ci fecero conoscere in tutto il mondo. Fu proprio uno dei motivi che qualche anno prima ci avevano spinti a firmare con una major come Warner: la possibilità di avere una distribuzione e un supporto in Europa. Funzionò.

In questa ristampa, a differenza delle precedenti, non c’è materiale inedito ma solo lati B e rarità già pubblicate. Come mai?
Non c’erano molti demo, in realtà. Molto del materiale dei soundcheck erano in realtà le stesse canzoni, già scritte, e provate di sera in sera: semplicemente le ripetevamo finché non suonavano giuste. E “How the west was won” venne scritta e registrata in poche ore, non ci sono demo.

Un approccio molto diverso da quello di vostri colleghi come Springsteen o Dylan, che hanno aperto gli archivi, inondando i fan con molto materiale inedito
Molte delle cose che abbiamo inciso in realtà non era fatte per essere ascoltate. È stata una decisione complessa anche quella di pubblicare i demo dei dischi precedenti, soprattutto per Michael: quando sei un cantante, vuoi che sentano la tua voce al meglio, non il processo per arrivare a quel risultato. È come si dice per le salsicce: non vuoi sapere come sono state fatte, le mangi e basta. Non vogliamo pubblicare tutto quello che abbiamo fatto, rischia di diluire tutto quello che abbiamo fatto.

Qualche anno fa, alla cerimonia della Rock Hall of Fame, Eddie Vedder ti ha definito la “secret weapon” del gruppo. Che effetto ti fa questa definizione?
Sono un suo grande fan e fu molto bello sentirgli dire quelle parole. Ma i nostri fan sanno che ognuno di noi ha contribuito al suono delle band. Si, io ho fatto diverse cose, dalle tastiere agli arrangiamenti, non solo suonare il basso. Ma era una band e abbiamo sempre voluto dividerci equamente meriti e crediti.

Sei anche un ottimo chitarrista: in “New adventures” una delle canzoni più belle è “Be mine”, scritta e suonata da te alla chitarra. La suoni ancora?
Si, ovviamente: suonare la chitarra da solo a casa è più divertente che suonare il basso, ovviamente, mi riesce più facile scrivere canzoni così. Amo il basso, suonarlo in una band è divertente, ma piano e chitarra ti permettono di esprimere diversi suoni ed emozioni.

Tutti chiedono sempre a Michael quando farà il disco solista. Ma tu quando lo farai?
Continuo a pensarci, ma ho sempre altri progetti: sto scrivendo canzoni con altre persone, i Baseball Project stanno per tornare. Non sono così sicuro che il mondo abbia bisogno di un disco solista di Mike Mills, forse un giorno.

10 anni fa i R.E.M. si sciolsero. Fu una sorpresa per i fan. Non ti chiederò se avete intenzione di tornare, avete già chiarito più volte che non lo farete. Ma cosa ti ricordi dei giorni in cui annunciaste la vostra decisione e delle reazioni che suscitò?
Fu un periodo strano e dolceamaro. Fu una decisione condivisa, di cui eravamo convinti e che avevamo meditato a lungo. È stato importante poter salutare e uscire di scena a modo nostro, scegliendo tempi e modi, e l’ondata di affetto che abbiamo ricevuto fu straordinaria. Abbiamo fatto qualcosa che nessun altro ha fatto: smettere mentre facevamo ancora grande musica e mentre eravamo ancora amici. Nessun rimpianto: è stata la cosa giusta da fare.

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