Leonard Cohen e l'incontro-scontro con Phil Spector

Un estratto dalla biografia appena uscita scritta da Roberto Caselli e pubblicata da Hoepli
Leonard Cohen e l'incontro-scontro con Phil Spector

Poco dopo la pubblicazione di "New Skin For The Old Ceremony", Cohen e il produttore John Lissauer cominciano a lavorare a un nuovo album che si dovrebbe chiamare "Songs For Rebecca". L’affiatamento è notevole e le canzoni sembrano sbocciare come per incanto: Leonard scrive i testi, li discute con John per fargli capire la cornice musicale in cui inserirli e subito dopo Lissauer se li porta a casa per comporre le melodie. 

Leonard però ha anche altro per la testa e decide di prendersi una pausa per portare a termine "My Life In Art", il romanzo sulla sua vita che non sarà mai pubblicato. Così interrompe provvisoriamente il lavoro con Lissauer e parte per Idra, dove si ferma alcuni mesi a scrivere quella sorta di controversa biografia. Quando torna a Los Angeles riprende a lavorare alle nuove canzoni con la solita lena, ma il manager Marty Machat si mette di mezzo e manifesta notevoli perplessità sulla collaborazione con Lissauer. Dopo il flop di vendite in America del precedente "New Skin For The Old Ceremony", infatti, Machat è convinto che Leonard abbia bisogno di un cambiamento di rotta e afferma pubblicamente: “Ciò di cui ha bisogno Leonard Cohen è un
produttore stellare”. È a questo punto che entra in gioco il nome di Phil Spector. 

Il progetto di "Songs For Rebecca" è dunque abbandonato e Leonard comincia a sondare il terreno per capire cosa potrebbe scaturire dalla collaborazione con Spector.
Spector è noto per essere un personaggio eccentrico, al limite del maniacale, ed è molto stimato per i suoi arrangiamenti musicali che sono considerati rivoluzionari.

Il suo “muro del suono”, da lui stesso definito “approccio wagneriano al rock’n’roll”, con cui trasforma le canzoni in piccole sinfonie, è diventato una sorta di marchio di fabbrica. Spector ha alle spalle produzioni altisonanti: oltre ai successi degli esordi che hanno fatto sognare schiere di ragazzini, ha lavorato con i Beatles che gli hanno affidato i controversi arrangiamenti di "Let It Be" e poi successivamente con George Harrison e John Lennon, di cui ha prodotto album come "All Things Must Pass" e "Rock’n’Roll".

Seppure con qualche perplessità, Leonard accetta il sodalizio con Phil, di cui apprezza la freschezza dei primi
dischi.  È così che ha inizio l’incredibile storia di "Death Of A Ladies’ Man" che viene spesso arricchita da aneddoti surreali, tuttavia consoni alla personalità paranoica di Spector. Secondo Ira B. Nadel, la sera di un concerto al Troubadour Phil invita Leonard nella sua casa di Beverly Hills, una sontuosa reggia in mezzo al verde, fatta di 20 stanze distribuite su due piani. Il corridoio del pian terreno che porta al grande salone mostra i ritratti incorniciati di alcuni suoi miti come Muhammad Ali, Martin Luther King, Lenny Bruce e John Lennon; l’ambiente è elegante e Spector si comporta da perfetto ospite. La prima stranezza si manifesta a tarda ora, quando Leonard si alza per congedarsi e si vede sprangare la porta d’ingresso dallo stesso Spector che insiste per lavorare subito insieme a qualche canzone e lo obbliga a passare la notte nella villa.

Leonard cerca di non dare troppo peso a quanto è successo, s’impone di considerare quella segregazione un’eccentricità, una forzatura dettata dall’eccessivo entusiasmo di realizzare subito qualcosa, ma non può neanche fare a meno di considerare quanto gli ha detto la sua amica Joni Mitchell a proposito del padrone di casa. Joni è convinta che Phil sia una persona potenzialmente pericolosa e che la sua stranezza sia frutto di un’instabilità psicologica che può accentuarsi fino
a trasformarsi in raptus.

Incorrere in spiacevoli situazioni con Spector sembra dunque non essere difficile e Cohen se ne rende presto conto per il modo dispotico con cui lavora e per la costante e minacciosa presenza di armi sempre a portata di mano. Dopo un mese di lavoro soddisfacente dal punto di vista produttivo, durante il quale Leonard impara anche ad apprezzare la meticolosità di Phil, se la deve ancora vedere con due cose che lo infastidiscono per davvero: il freddo polare che regna nell’ambiente dove lavorano, che lo costringe a non abbandonare mai il cappotto, e la quantità di pistole e munizioni che si trovano sparse un po’ ovunque nella casa. Per le stanze girano sempre due guardie del corpo e i pochissimi amici fidati con cui Phil si accompagna hanno tutti una pistola nella fondina sotto l’ascella. Lo stesso Phil mostra di avere una certa familiarità con la pistola, con cui gioca in modo inquietante, creando tensione e paura in chi gli sta intorno.

Ne fa le spese anche Cohen che, mentre sta entrando nello studio di registrazione, si ritrova con una 45 carica puntata alla gola.

Spector arma il grilletto e gli dice: “Ti amo, Leonard”. Cohen non può che ostentare una malcelata indifferenza e rispondergli con voce flebile: “Me lo auguro proprio Phil”. Il compositore Doc Pomus, presente a quelle session, racconta anche di un Cohen allibito per come le sue proposte vengano regolarmente ignorate durante il lavoro di produzione. Spector sembra trascurare tutti i collaboratori che gli stanno intorno, salvo sintonizzarsi con loro solo nel momento in cui devono eseguire la loro parte per realizzare la sua idea di canzone. Vive in uno stato di paranoia continua e la sera, a lavoro terminato, si porta a casa il materiale registrato, scortato da una guardia armata, perché non si fida a lasciarlo nello studio.

Leonard è in un periodo di grande insicurezza, non si fida della propria voce e in alcune canzoni è convinto di non avere dato il meglio di sé: è in ansia e pensa di ricantare tutti brani, ma Phil lo ignora, non se ne preoccupa, concentrato com’è a introdurre la solita gran quantità di archi, fiati e un coro femminile, la cui voce leader è stata affidata all’amica Ronee Blakley, reduce dal film di Robert Altman "Nashville".
Come per miracolo, le tessere del puzzle s’incastrano perfettamente e "Death Of A Ladies’ Man" finisce per risultare uno dei brani migliori del disco: oltre otto minuti di testo autobiografico che narrano del senso di vuoto che emerge quando finisce un grande amore. L’accompagnamento musicale dà ragione a Spector: è soffice e intenso come deve essere per una canzone di questo tipo.

Anche le altre canzoni che Leonard scrive per questo disco sono molto intime: storie d’amore rubato, ricordi d’infanzia e pulsioni da incanalare. Sono tutte concepite per essere narrate nel solito modo introverso e delicato. La sorpresa è che si ritrovano, invece, a essere sostenute da un suono elettrico molto più potente, da un impatto sonoro travolgente che deriva dall’apporto di oltre 30 musicisti e 17 cantanti di backup. 
Di fatto "Death Of A Ladies’ Man", oltre ad avere colto il senso di distruzione che angosciava Leonard in quel periodo (e in questo Spector ha il suo merito), rappresenta un’emancipazione irreversibile dai vecchi canoni musicali. 

"Death Of A Ladies’ Man" è pubblicato nel novembre del 1977 con una copertina che ritrae un ammaliante Cohen, seduto in un ristorante polinesiano di Montreal, tra due splendide signore: una è Suzanne Elrod, mentre l’altra è Eva LaPierre, modella franco-canadese che Leonard ha conosciuto a Idra.
La reazione della critica non fa sconti. "Melody Maker" riassume l’incontro tra Spector e Cohen come “il sodalizio tra il decano della disperazione e il riccone del rock per ragazzini”, mentre "Rolling Stone" è tra i pochi a lasciare qualche spiraglio di apprezzamento, giocando sulle parole “un lavoro grandemente sbagliato oppure grande e sbagliato”. I giudizi sono in larga parte negativi e lo stesso Leonard, fortemente disorientato, disconosce quell’album: saranno i promotori di altri generi musicali a rivalutarlo e a restituire allo scettico Cohen un motivo di ripensamento, in prospettiva di una nuova visione musicale destinata a farsi strada nel prosieguo della sua carriera.


Il testo qui sopra è tratto da "Leonard Cohen - Quasi come un blues" di Roberto Caselli, edito da Hoepli, per gentile concessione dell'editore.

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