Little Steven vs. Steve Van Zandt: “Il rock è teatro, i cantanti sono attori”

Esce in Italia l'autobiografia "Memoir": una giornata a Milano con il chitarrista/scrittore, tra fan che lo inseguono, aneddoti su Bruce e "passioni non corrisposte". Una lunga intervista per capire dove finisce il personaggio e dove inizia la persona
Little Steven vs. Steve Van Zandt: “Il rock è teatro, i cantanti sono attori”

Bandana e camicia sgargiante d’ordinanza, risata contagiosa, Steve Van Zandt meglio noto come Little Steven, è a Milano: è uno dei primi artisti internazionali a tornare dalle nostre parti dopo la pandemia. Non per un concerto, ma per un tour de force di presentazione di "Memoir - La mia odissea fra rock e passioni non corrisposte" (Il Castello/Chinaski Edizioni). “Non amo le autobiografie, tendono ad essere troppo autoindulgenti”, racconta. “Preferisco le biografie: avessi potuto l’avrei scritta in terza persona. La mia vita è un giallo pieno di punti di svolta e di misteri”. Due giorni fitti di interviste, firmacopie e incontri con i fan, dirette radio. Talmente fitti che ha persino smesso di scrivere su twitter, il suo social preferito e che controlla tra uno spostamento e l'altro sul van.
Passare qualche ora con lui è come entrare in un film: fan che lo inseguono per la città in motorino da un posto all’altro per dargli un memorabilia, mamme che gli raccontano la storia del figlio che a 8 anni è già fan del suo Boss, un suo vecchio conoscente milanese che si affaccia dalla finestra di casa di fronte, in una pausa tra le interviste. I due si mettono a chiacchierare come se non si vedesse da una settimana: "È ancora questo il tuo numero di telefono? No? aspetta che te lo mando". 
“Attenzione che è sempre in ritardo”, mi aveva avvertito Claudio Trotta, che lavora da sempre con la E Street Band e che ha prodotto i tour solisti di Little Steven già negli anni ’80, e che lo ha accompagnato domenica nella presentazione in pubblico del libro. Ho capito perché: Little Steven non si nasconde, non dice quasi mai di no ai fan, è più accessibile del suo ben noto blood brother. Così i tempi nella sua giornata di dilatano facilmente: nelle interviste non si tira mai indietro, anche se alle domande "spinose" (il tour con Bruce, il finale dei Soprano) risponde con battute rodate. Firma qualsiasi cimelio che gli sottopone il giornalista di turno, dai dischi alle chitarre. Nelle foto ha sempre l'espressione perfetta, una sorta di un sorriso a metà che è parte del personaggio.
Non smette mai di recitare, così ti chiedi dove finisce Little Steven e dove inizia Steve Van Zandt. È quello sorridente e giocoso che racconta aneddoti fantastici su Bob Dylan o Van Morrison? O quello che - come racconta nel libro - prende spesso le decisioni professionali sbagliate e si ritrova a litigare con gente che cerca di approfittare della sua buona fede? “Non so come dividere persona e personaggio: quando scendi dal palco fai una performance di tipo diverso, anche se non hai un occhio di bue puntato addosso”, mi racconta. “Il rock è teatro, i cantanti sono attori”, smentendo la leggenda metropolitana che la musica, per comunicare, debba essere “autentica”.

Quando hai iniziato a pensare ad un’autobiografia?
Ho provato a scriverla già 10 o 15 anni fa, non mi ricordo bene quando perché non ho senso del tempo. Ma non ero riuscito a trovare un modo per completarla e soprattutto per dare un senso a quella fase della mia vita. Poi gli ultimi anni sono stati molto produttivi: ho ricominciato la carriera solista, inciso due dischi, tour, album live. Quando è arrivata la pandemia e ho pensato che fosse il momento giusto.

Hai fatto leggere il libro a Springsteen? Come ha reagito a tutti gli aneddoti che racconti?

Il fatto è che so troppo (ride). Ho visto tutta la storia del rock, spesso in diretta: mi mancano solo forse i primi dieci anni. Non è solo Bruce, ma anche Bob Dylan. Sono le prime due persone a cui ho fatto leggere il manoscritto. Ho detto: “se c’è qualsiasi cosa che vi da fastidio, ditemela, e la tolgo”

Il libro è diviso in due fasi: la tua crescita, la tua storia con Bruce, poi quello che succede dall’uscita dalla E Street Band, in cui emergono quelle che chiami “passioni non corrisposte”, una sorta di frustrazione sull'andamento della tua carriera solista. 
Certe volte le cose e le persone che ami non ti ricambiano. Volevo che fosse di più di un libro sulla musica, con temi più universali. Sono uno che sicuramente ha avuto un grande successo con la E Street Band, con i Soprano e altre cose. Ma il mio lavoro solista, quello in cui ho riposto le mie passioni più intime, non è mai stato apprezzato come speravo. Le delusioni fanno parte della vita di tutti; la questione è ma di come reagisci. Nella seconda parte del libro parlo della mia carriera solista, della mia passione politica, ma anche di una rinascita spirituale.

Una prima delusione però avvenne già quando Bruce firmò il primo contratto: lo ottiene come cantautore. E tu non suonasti nei suoi primi due dischi.
Quella forma di contratto era pratica comune, in quel periodo: successe a Jackson Browne, James Taylor, Joni Mitchell. Lui disse “Veramente io sono un cantante rock con una band”, ma la casa discografica non la prese bene. Io ero visto come una chitarra di troppo: ci rimasi male, mollai tutti lavorando nell’edilizia, e per una di quelle bizzarre situazioni che racconto nel libro poi tornai nella band un po’ dopo.

Il momento centrale del racconto è la tua decisione, nei primi anni ’80, di uscire dalla E Street Band, un attimo prima del mega successo di Springsteen con "Born in the U.S.A". Dici che quella decisione ti ha rovinato la vita.
Sì, è stato il momento di svolta della mia vita e della mia carriera. È stato il più grande errore della mia vita, l’ha cambiata in una maniera che non mi ha permesso di recuperare. Ho smesso di essere il ragazzo felice che viveva di rock ’n’ roll.

È una decisione che riprenderesti, se potessi?
Se me l’avessi chiesto prima di scrivere il libro, avrei detto no. Ora penso che vorrei avere fatto entrambe le cose, rimanere nella E Street Band, ma anche portare avanti la mia carriera. Probabilmente sarebbe stato impossibile. Dopo quella decisione ho comunque ottenuto dei grandi risultati: sono diventato un attivista, ho recitato in una serie che ha cambiato la TV come “I Soprano”, ho fatto dischi di cui sono orgoglioso. Ho contribuito alla liberazione di Mandela: magari senza quella decisione sarebbe ancora in cella, chi lo sa…

Un mistero che non risolvi, sui cui i fan si interrogano da anni, è se “Bobby Jean” sia davvero dedicata a te. Dici solo che Bruce non te la fece ascoltare, al tempo.
(ride) No, non ne abbiamo mai parlato direttamente.

Racconti anche che hai contribuito a rendere definitivo il soprannome “The Boss”, vero?
Era nato giocando sul fatto che lo si usava per Frank Sinatra, anche se era un termine legato alla mafia. Lo chiamavo “Il mio boss”.

Ci sono voci contrastanti sulla sua reazione a questo soprannome. Ma a lui piace?
Ci è affezionato. Una volta ero al ristorante e c’era John Gotti, un vero boss mafioso. Mi ha chiesto di andare al suo tavolo, ma ovviamente ho declinato. Lui mi ha risposto “Salutami il Boss”. È diventato una sorta di scherzo. Prima di lavorare con Bruce ero un Boss nel mio mondo, e quando io ho iniziato a chiamare lui così, la gente lo ha preso sul serio.

Lui ti ha ricambiato il favore suggerendo di usare la bandana.
Sì, dopo che ho avuto un incidente mi suggerì di tenerla. Il resto del mio look invece è spontaneo: sono sempre un ragazzo degli anni ‘60, alla fine, e non vedo perché cambiare.

Questo look è una parte fondamentale nel definire il tuo personaggio. Ma c’è una separazione con la persona? C’è un momento in cui smetti di essere Little Steven e diventi Steve Van Zandt o viceversa?
Non so come dividere le due cose: quando scendi dal palco fai una performance di tipo diverso, anche se non hai un occhio di bue puntato addosso.

I puristi del rock però dicono però che l’autenticità è fondamentale.
È una questione complessa: la performance è teatro, ogni cantante è un attore. La comunicazione del rock n’ roll non è solo la musica, non è monodimensionale. Luci, vestiti, capelli, sono parte del mondo che racconti.
Come diceva il grande attore americano Milton Berle, l’autenticità va imparata. Una volta che la impari, la puoi falsificare.
Detto questo, credo che la richiesta di autenticità nel rock implichi piuttosto un senso di radici, di connessioni: quando ascolto una band, voglio sentire da dove arriva la musica. 

Tu hai avuto una brillante carriera da attore: che differenza c’è tra portare un personaggio su un palco musicale e di fronte ad una telecamera?
Se i cantanti sono attori, le canzoni sono sceneggiature e devi convincere il tuo pubblico a crederci. Il rock è spesso percepito come autobiografico, ma non è sempre così: i migliori cantanti sono quelli che ti fanno credere di avere vissuto le canzoni, anche se magari non hanno scritto una parola, come Sinatra o Elvis.
Nel cinema e in TV devi impersonare un personaggio che è la visione di qualcun altro, del regista e degli autori.

Nella musica sei in controllo della tua sceneggiatura, ti costruisci il tuo personaggio.

Però anche nelle serie in cui hai recitato hai portato una tua visione. Penso alla musica: hai lavorato da music supervisor, suggerendo canzoni che hanno dato il tono sia a "I Soprano" che a "Lillyhammer"
Sicuramente in “Lillyhammer": oltre ad averla proposta a Netflix, che la rese la sua prima serie internazionale, ho scelto le canzoni, scritto la colonna sonora, ho lavorato come produttore e anche come regista dell’ultimo episodio. È la lezione che avevo imparato con Bruce prima e dopo con David Chase l’ideatore de “I Soprano”: più racconti storie dettagliate e particolari, più la gente si appassiona.

C’è molta Italia nel libro, racconti i tuoi tour, le tue frequentazioni. Hai anche parole di stima per Adriano Celentano, con cui fosti protagonista di una memorabile e surreale intervista.
Chi? Ah il presentatore… che personaggio, lo amo. Sta qua vicino? Vorrei avere il tempo di andarlo a trovare. Per il resto, sì, ho sangue italiano, sono paisano. È una seconda casa. 

Non ti chiederemo se verrete in tour l’anno prossimo. Sei già stato redarguito in passato per averne parlato prima di un annuncio ufficiale, immagino dal tuo Boss.
(ride…) Io non sono una fonte di notizie per la E Street Band, è meglio che aspettiate il libro di Max Weinberg o di Garry Tallent… Comunque la Band ha una relazione speciale con il paese, soprattutto con San Siro. Dovete proteggerlo, non farlo abbattere: ma poi perché lo vogliono abbattere, poi? Per fare più “luxury boxes”? Ma vaffanculo. Se volete farne uno nuovo, fatelo, ma non abbattetelo.

 

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