Amy non voleva essere una star

Tyler James, il miglior amico della Winehouse, morta dieci anni fa, pubblica “La mia Amy”. Quella tragica notte del 23 luglio 2011 è un fantasma che non vola via. Ma c’è di più. L’intervista.
Amy non voleva essere una star

Venerdì 22 luglio 2011. Tyler James, il migliore amico e coinquilino di Amy Winehouse, ricevette un messaggio da quella che ancora oggi considera “la sua anima gemella”. Tyler, da poco se ne era andato dalla casa che condividevano a Camden Square. Era l’ennesimo tentativo per cercare di farla smettere di autodistruggersi. Amici fraterni da quando lei aveva 12 e lui 13 anni, si erano conosciuti a scuola e da estranei insicuri, con in tasca il sogno della musica, stabilirono un legame immediato e viscerale, vissuto insieme dalla tarda adolescenza fino al giorno in cui Amy morì, all’età di soli ventisette anni, il 23 luglio di dieci anni fa per avvelenamento da alcol, aggravato dagli effetti a lungo termine della bulimia.

Non è una semplice storia rock

“Le dissi: se bevi me ne vado. E così feci. Poi quel venerdì mi scrisse un sms per sapere come stessi – ricorda James – discutemmo ancora, sapevo che se fossi tornato da lei, non sarebbe cambiato nulla. Faceva sempre così. Promesse, storie, progetti per tentare di uscirne, era sempre un mix di tutto questo. Ricordo poi l’ambulanza davanti a casa, quando decisi di rientrare. Sembrava il set di un film: luci, telecamere, voci. Nemmeno in quel momento fu lasciata in pace…”.

Tyler James, con il libro “La mia Amy” in uscita oggi per Hoepli, ha un solo obiettivo: ridare voce a quell’anima fragile. Non certo dal punto di vista artistico, le sue canzoni sono già nell’olimpo della storia, ma sotto il profilo umano. "È stato un processo lungo, durato anni – dice James – quando ho iniziato a scrivere tutto quello che ricordavo tramite appunti sul mio telefono, riuscivo a stare meglio. E poi ho incominciato a scrivere di più e sempre di più ed è stato come lasciar uscire tutto. È stato catartico. L’ho fatto per me, ma anche per lei, per ristabilire una verità. Amy, spesso, viene raccontata per quello che non era. Da tre anni aveva preso a calci l’eroina, era pulita e stava lottando per gettarsi alle spalle anche l’alcol. Questo, però, non le viene riconosciuto. Si riduce tutto, in modo troppo semplice, a una ‘storia rock’ di eccessi”.

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Foto per gentile concessione di   Hoepli

La fama può essere un cancro

Tyler è stato costantemente al suo fianco. Dai primi spensierati anni in tournée insieme, fino alla creazione del pluripremiato album “Back To Black” del 2006, che Winehouse ha scritto sul pavimento della loro cucina. Le è stato vicino durante l’instabile matrimonio con Blake Fielder-Civil, le sue crescenti dipendenze (ferite profonde presenti anche nella vita di James), l’autolesionismo e i disturbi alimentari, e ha visto come la natura tossica della fama abbia distorto la sua realtà. L’elemento più interessante del libro di Tyler James è proprio il rapporto fra la grande artista e il successo. Quest’ultimo, nel volume, viene paragonato a un cancro. “Cercava sempre di essere la persona che pensava di dover essere. Ero arrivato a odiare il personaggio Amy Winehouse, io volevo solo Amy – ricorda - Amy non aveva mai voluto diventare famosa. Quando iniziammo a fare musica da ragazzini non pensavamo al successo, a tutto quello che sarebbe potuto accadere. Voleva fare la cantante jazz, certamente, ma avendo una vita semplice. Non voleva essere una star. Eravamo persone molto diverse. Lei era sempre ribelle, ma se ci guardavamo dentro trovavamo delle affinità: eravamo due introversi, complicati, ossessionati dalla musica. Mi ricordo che durante un litigio le dissi: ‘è meglio vivere come Amy piuttosto che morire come Amy Winehouse’, cercando di farle capire che non doveva farsi condizionare da quello che dicevano o scrivevano su di lei”.

Un’ossessione

Ad Amy Winehouse erano stati somministrati antidepressivi fin dall’età di quattordici anni, scrive Tyler nel libro. L’esplosione mediatica che la avvolse, segnò la sua vita, mandandola in mille pezzi. “L’inizio dei disturbi alimentari di Amy, una lotta continua tra anoressia e bulimia, coincise con il successo, con i tour – svela James - fummo entrambi improvvisamente proiettati in un mondo di servizi fotografici e video. Era una persecuzione. Per lei era un costante rivedersi ovunque, questo la portò a un’ossessione malsana per il fisico mai sperimentata prima. A nessuno importava come questo influisse sulla sua salute mentale".

E ogni azione poteva essere distorta: nel libro l’autore racconta di quando Winehouse invitò a casa una senzatetto, permettendole di dormire sul divano per dieci giorni e dandole dei soldi. “Non sapevamo come avrebbero reagito i media davanti ad alcune situazioni che per noi potevano essere normali, era un costante giudizio e pregiudizio su quello che la riguardava – sottolinea James – dalle piccole cose al martellante richiamo all’uso di droghe. Attribuisco il suo senso crescente di solitudine alla celebrità. La tagliava fuori dal mondo e dalla società, le impediva di essere trattata come gli altri. Tutti la vedevano come qualcosa di diverso dalla semplice Amy. Odio quando la sua fragilità viene liquidata con un ‘sarebbe morta lo stesso, era una tossica’. Negli ultimi tempi Amy non voleva morire, non era questo il suo problema. Il desiderio di morte non c’entrava niente con l’alcolismo, lei voleva solo essere normale”.

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Foto per gentile concessione di Hoepli

Le critiche 

La famiglia di Amy Winehouse, attraverso alcune dichiarazioni ufficiali, si è detta delusa dalle affermazioni fatte nel libro: "Le persone chiave della sua vita sono state escluse. Tyler si dipinge come l'unico che ha cercato di aiutare Amy”. James, che nel volume fa trapelare il disinteresse di diversi parenti nei confronti della cantante, non si tira indietro e risponde: “Questa è la mia storia, è il mio rapporto con Amy, è la nostra storia – conclude – dentro il libro c’è quello che ho vissuto e non mancano altre persone in questo percorso. Io ero arrivato a un momento in cui ho vissuto lo starle vicino come una missione, volevo davvero aiutarla a tornare felice e sorridente come quando ci siamo incontrati. Mi ha insegnato tanto e mi manca”.

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