I Maneskin all’Eurovision: “Il nostro messaggio al mondo? Le band spaccano il culo”

Il gruppo romano si prepara per l’esibizione nella finalissima: “Una performance cruda e diretta. La scenografia siamo noi”.
I Maneskin all’Eurovision: “Il nostro messaggio al mondo? Le band spaccano il culo”

“Il nostro messaggio al mondo dal palco dell’Eurovision? Le band spaccano il culo. Senza giri di parole”. Damiano, Victoria, Ethan e Thomas sorridono. I Maneskin sprigionano energia e sono carichi a pallettoni per la finale di sabato sul palco dell’Ahoy Arena. “Quello che vogliamo trasmettere con la nostra performance è che non serve necessariamente omologarsi al genere di tendenza per ottenere risultati – spiega convinto Damiano – è più faticoso, ma Sanremo è stata la prova schiacciante che un’altra strada è possibile. Non bisogna per forza fare urban o mega pop alla Dua Lipa, senza nulla togliere a questa musica, per raggiungere dei traguardi”.

Il confronto con gli altri Paesi

La finalissima della manifestazione si potrà vedere dalle 20.40 su Rai 1 con il commento di Gabriele Corsi e Cristiano Malgioglio. Le sensazioni e le emozioni che si intrecciano a Rotterdam sono molteplici. “Il palco è stupendo, è tutto super organizzato. Si percepisce la grandezza e lo spessore dell’evento”, dice Damiano. “Un aspetto significativo e bellissimo è la possibilità di confrontarsi e di dialogare con band di altri Paesi, che magari fanno un genere di musica diverso. Credo che questo sia uno dei grandi valori della manifestazione”, continua Victoria. Un Paese che li ha impressionati? “L’Ucraina (rappresentata dai Go_A, ndr) – ammette Thomas – presentano un brano pazzesco, spinto, super dance con l’aggiunta di flauti. Sì, in certi frangenti ricorda perfino il nostro Gigi D’Agostino”.

Quindi i Maneskin sono sportivi? “Sì, ma non spingiamoli troppo perché stanno salendo nelle graduatorie…”, scherza Damiano. La percezione dell’Italia è quella di un Paese, come confermano anche i pronostici, che può davvero lasciare un segno indelebile su questa edizione. “Sta succedendo qualche cosa di inaspettato: gli altri artisti hanno molto rispetto nei nostri confronti, ci trattano come se fossimo giganteschi e questo fa capire quanto sia importante quello che stiamo facendo – confida la voce della band – vediamo crescere anche i numeri su Spotify e questo ci permette di mettere la testa fuori, oltre l’Italia”. “Sì, poi non mancano alcune critiche su Twitter, ma ormai ci siamo abituati. Fa parte del gioco”, minimizza Thomas.

“La scenografia siamo noi”

La performance della band, che presenterà “Zitti e buoni”, con cui ha vinto l’ultima edizione del Festival di Sanremo, sarà potente, con lingue di fuoco e geyser artificiali, ma non eccessiva a livello scenografico. Si tratta di un elemento importante, pensato per valorizzare tutti i componenti del gruppo. “La scenografia e il palco sono strettamente legati al messaggio musicale – svela Damiano – ‘Zitti e buoni’ è un pezzo rock in cui non abbiamo aggiunto nulla, è crudo, pensato per far sentire ogni strumento. Quella sensazione di essenzialità volevamo che rimanesse anche sul palco. C’è un impatto scenografico, ma non ci sono castelli o sovrastrutture. Vogliamo bastarci. Vogliamo che l’esibizione metta al centro noi, che tutto sia concentrato sulla canzone. Abbiamo preferito così: essere noi la vera scenografia piuttosto che doverci adattare a qualche cosa che ci saremmo dovuti trovare intorno”.

Il pezzo modificato? “Una rottura di palle”

I Maneskin sono stati costretti ad apportare alcune modifiche al brano con cui hanno conquistato il primo premio alla kermesse sanremese. L’Eurovision infatti si basa su rigide regole, fra queste quella inderogabile della durata dei brani presentati in concorso e la rimozione delle parolacce. “C’è stata una polemica inutile su questo aspetto. Sì, lo abbiamo modificato, abbiamo tolto due parolacce, è stata una rottura di palle farlo, ma questo non ha cambiato il vero significato del brano – sorride Victoria – all’esibizione non è stato tolto nulla. Il pezzo funziona benissimo anche così”. Le giornate sono molto simili a quelle sanremesi, in “una bolla” per evitare contagi che comprometterebbero la partecipazione. “Di base stiamo sempre in hotel – dice Ethan – non vogliamo rischiare nulla. Alla fine sono dieci giorni di piccoli sacrifici, ne vale la pena per vivere una grande esperienza”.

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