Pino Daniele, un grande musicista 'Nero a metà'

Alla riscoperta di un meraviglioso album del cantautore napoletano.
Pino Daniele, un grande musicista 'Nero a metà'

Pino Daniele non aveva neppure sessanta anni quando morì il 4 gennaio 2015, era nato il 19 marzo 1955. Pubblicò il suo ultimo album di inediti, "La grande madre", nel 2012. Il musicista napoletano è stato uno dei tanti grandi esponenti della nostra canzone. Lo fu praticamente da subito, sin dall'esordio, a ventidue anni, nel 1977, con "Terra mia". Confermò tutta la sua qualità nel 1979 con il seguente "Pino Daniele" e si affermò definitivamente con il terzo album, "Nero a metà". Nelle prossime righe viene riportata la recensione di quel suo terzo disco scritta per noi da Ivano Rebustini.

“Nero a metà”, ma certo non per caso, Pino Daniele nell’80 è al terzo album, dopo l’esordio scoppiettante e aromatico di “Terra mia”, con la gustosa “’Na tazzulella ‘e café” (1977), e la conferma dell’album omonimo del ’79, quello di “Je so’ pazzo”. Pino ha 25 anni, ma già una buona esperienza come strumentista: suona dall’età di dodici anni, e dopo aver militato nel gruppo jazz-rock Batracomiomachia ha accompagnato alla chitarra Jenny Sorrenti ed è stato il bassista degli ultimi Napoli Centrale, il cui sassofonista James Senese sceglierà di accompagnarlo nella carriera solista.

Vissuti come abbiamo visto solo marginalmente gli anni del “Neapolitan Power” - con i vari Edoardo Bennato, Toni Esposito e gli stessi Napoli Centrale sanguigni eredi di campioni prog quali il Balletto di Bronzo, gli Osanna e i fratelli Sorrenti -, Daniele paradossalmente ne ha tratto giovamento: nel suo sound scorrono la lava del Vesuvio e l’acqua del Mississippi (la metà nera), ma rispetto ad altre esperienze la tradizione partenopea gioca un ruolo più creativo. Il risultato è una miscela inconfondibile d’impeto e di classe, grazie anche alle doti chitarristiche di Pino, che imbraccia bravamente tanto l’acustica quanto l’elettrica, ottimamente guidato in studio da Marcello Todaro.

Il primo brano è la celebre “I say i’ sto ccà”, con in grande evidenza l’armonica di Bruno De Filippi, al quale si farebbe probabilmente un torto chiamandolo il Toots Thielemans italiano, seguito dalla programmatica “Musica musica”, “per la musica musica/quanto ho pianto non lo so/ma la musica musica/è tutto quel che ho”, e solo ascoltandola si capisce quanto sia musicale la ripetizione. Dopo l’intimista “Quanno chiove”, Pino Daniele ci mostra le sue grandi doti di chitarrista (che il “cantautore” ha finito colpevolmente per mettere in ombra) nella napoletanissima “Puozze passà’ nu guaio”.

L’intermezzo in italiano di “Voglio di più” è l’occasione per mettere universalmente un po’ di puntini sulle i: “sai che non striscerò per farmi valere”, “sarò così sempre pronto a dire no”, poi la napolitudine torna a pieno titolo nella quasi filologica “Appocundria”, una chitarra molto partenopea e le congas di Karl Potter. Un bel contrasto con la topica “A me me piace ‘o blues”, che non è blues ma funky e non dimentica peraltro le origini: “Ma po nce resta ‘o mare/e ‘a pacienza ‘e suppurtà’/’a gente ca cammina/miezo ’a via pe sbraità’/i’ vengo appriesso a te/pecchè so nato ccà”.

“E so’ cuntento ‘e stà’” è la classica canzone d’amore alla Pino Daniele (“E so’ cuntento ‘e stà’ cu te pecchè/pecchè me faje guardà’ senza vedè’”), “Nun me scoccià’” l’altrettanto classica invettiva (versione napoletana di “Non mi rompete” del Banco?), un bluesaccio standard con un tocco finale alla Principe De Curtis - “Nun me scoccià’ cchiù/tanto muore pure tu…” - e un assolo d’altri tempi con tanto di pedale wah-wah.

La jazzata “Alleria” (con il verso dipietresco ante litteram “E saglie ‘a voglia d’alluccà/ca nun c’azzicche niente tu”) e l’esplicativa “A testa in giù” (“Il feeling è sicuro/quello non se ne va/lo butti fuori ogni momento/è tutta la tua vita e sai/di essere un nero a metà”) accompagnano alla chiusa epocale, “Sotto ‘o sole”, pochi versi ma uno scat memorabile, degno del miglior Al Jarreau.

Dato a Pino quel che è di Pino e ai suoi musicisti quel che meritano, dal tastierista Ernesto Vitolo al bassista e coproduttore Gigi De Rienzo, dal batterista Agostino Marangolo al percussionista Rosario Iermano (pure lui nell’affollatissima cabina di regia), ai già citati Senese, Potter e De Filippi, resta da dire che l’originale mistura anglo-napoletana incontra, eccome, i gusti del pubblico: ritroveremo “Nero a metà” sedicesimo album più venduto del 1980, “Vai mò” l’anno successivo guadagnerà un paio di posizioni, “Bella ’mbriana” nell’82 si attesterà al decimo posto.

Non è un successo travolgente e dal quale essere travolti, ma lo scorrere costante e incessante dell’acqua, non il rigagnolo nel quale Pino fa pipì in copertina, ma un grande fiume, un Mississippi blues.

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