Cosa succede? “There’s a riot goin’ on”, caro il mio Marvin

Più Sly e meno Family in un album imprescindibile e profetico, che fa idealmente da spartiacque tra il soul del decennio precedente e un funk contemporaneo che avrebbe segnato per sempre la scena musicale nera.
Cosa succede? “There’s a riot goin’ on”, caro il mio Marvin

Tu sei Miles Davis, o James Brown, o Herbie Hancock a metà anni ’70: allora sai che la tua musica sta andando dove sta andando anche perché, qualche primavera, fa hai ascoltato “There’s a riot goin’ on”.

No, invece. Tu sei un critico musicale che aspetta il ritorno di Sly Stone da ormai troppo tempo: allora, quando alla fine del 1971 finalmente ascolti “There’s a riot goin’ on”, ti chiedi che ne sarà stato di quel soul alla “Everyday people”, e ti interroghi sul senso di quelle primordiali drum machines e di quell’eccesso di sovraincisioni sotto molte delle quali la voce è nitida come la prima goccia di colore su una tela di Pollock.

Oppure sei un rapper colto, il nipote venticinquenne di quel critico: allora nessuno meglio di te sa che il tuo suono, la tua blackness e il modo cinico di esprimerla – ma soprattutto i tuoi beats -  arrivano da “There’s a riot goin’ on”.

Una delle pietre miliari degli anni Settanta è il frutto di giorni di droga, paranoia e psichedelia di un genio assediato da sé stesso e da antagonisti minacciosi.

Addio, hippies. Avanti, Black Panthers

Tra le cause per cui il decennio cominciò un anno in ritardo, nella musica, si segnala la presenza evanescente del movimento hippie. Alle corde da tempo, Woodstock gli aveva regalato un colpo di reni nell’agosto del 1969 e poi Altamont, nel dicembre dello stesso anno, lo avevo sderenato, archiviandone simbolicamente lo spirito e gli ideali in una violenta serata rock. Me c’era voluto tutto il 1970 perché la scena prendesse nota di un cambiamento che la società civile aveva già registrato, e a prenderne nota furono spesso artisti neri.

Intrappolati nello sconcerto di un paese che mandava a morire i suoi diciannovenni in una guerra incomprensibile e a casa li vessava con la polizia in mano ai bianchi, alcuni alfieri del soul ne sconvolsero l’agenda imprimendo alla loro musica coscienza e militanza. La loro controparte bellicosa e barricadera, che reclutava le star di ogni fascia dell’intrattenimento nero americano, erano i Black Panthers. Prima un movimento e poi un partito che non faceva sconti, tacciato anche di razzismo al contrario, la cui totale familiarità con la violenza era diventata una forza condizionante. In ogni caso, lo era certamente diventata per Sly Stone, sotto assedio perché cessasse di smielare e attaccasse a testa bassa.

Africa talks to you

Sly Stone non era certamente il prototipo dell’artista Motown sottomesso al pop: una coscienza civile e un senso di appartenenza alla sua comunità ce l’aveva, eccome. Basti considerare che dopo avere bucato così tante scadenze da rendere il suo discografico – il mitico Clive Davis della CBS – pericoloso per la sua incolumità almeno tanto quanto le Black Panthers, aveva lavorato su un disco che stentava a uscire ma che, quando fosse uscito, si sarebbe intitolato “Africa talks to you”, come uno dei pezzi in tracklist dell’album che poi sarebbe stato pubblicato come “There’s a riot goin’ on”.

Un titolo definitivo la cui genesi, se vogliamo, in qualche modo avrebbe indicato la strada ai Lynyrd Skynyrd: come i rockers sudisti avrebbero coniato “Sweet Home Alabama” in risposta a “Southern Man” di Neil Young, Sly Stone intitolò infatti il suo album-simbolo in risposta a .Marvin Gaye che, pochi mesi prima, era uscito con il capolavoro “What’s going on” (anche se Marvin aveva in effetti omesso il punto di domanda…).

Paranoia dura

La risposta di Sly Stone all’assedio contrapposto dei Black Panthers e di Clive Davis fu discutibile ed ebbe delle ripercussioni: cocaina.

Si ritirò a Sausalito, nei Record Plant Studios, e assoldò come guardie del corpo due bravi ragazzi bianchi: J.R. Valtrano e Eddie “Chin” Elliott, alla faccia della richiesta del partito nero che pressava perché si liberasse dei musicisti non afro americani della sua formazione – il sassofonista Jerry Martini e il batterista Greg Errico. Il mafioso e il gangster riportavano ai suoi due personal manager, due educande come J.B. Brown e Bubba Banks, che avevano una specie di delega in bianco per occuparsi di tutto mentre, nella totale paranoia creata dalla dipendenza da PCP e da coca, Sly provava a unire i puntini della sua creazione. Nel frattempo, le sue relazioni con il resto del gruppo erano finite in carpione, e alla fine l’album fu soprattutto una sua creatura anche per questo – la sorella Rose, però, gli restò accanto, e la voce su “Family affair” è la sua.

Drum machine & Overdub

Se il ricorso pesante alle drum machine fosse l’effetto del suo isolamento auto-inflitto dal resto della band (a proposito, Errico poi lasciò) o un tratto creativo dell’artista è difficile dirlo. Ma quell’aggeggio primordiale nelle mani di Sly Stone si trasformò da surrogato di uno strumento in un suono e in uno stratagemma innovativo. Fu, probabilmente, qualcosa che all’inizio gli semplificò la vita, poi creò spazio prezioso per espandere i pezzi ma, alla fine, risultò come un suono distintivo che avrebbe influenzato prima la nascita del funk moderno e poi la genesi delle sonorità del rap. Non un beat & flow strutturali come in futuro, ma sicuramente un embrione di ciò che sarebbe stato.

E poi le sovraincisioni. Un utilizzo abbondante di esse. Forse spropositato? Il risultato, comunque, è un disco molto denso, a tratti decisamente troppo, in cui al difetto principale (scarsa nitidezza e difficoltà di comprensione del parlato) si contrappone un suono spesso e muscolare, per certi versi l’anticamera delle gesta di George Clinton.

Il combinato disposto di una visione confusa e offuscata dalle droghe, del suono sintetico della batteria e di mille sovraincisioni vocali e strumentali fu infatti l’ingresso della psichedelia del funk e, per la cultura musicale americana, un punto di passaggio tra l’epopea del soul degli anni Sessanta all’edonismo del funk degli anni Settanta, con tutta la sua progenie abbondante che avrebbe incluso millanta espressioni, dalla discomusic al rap.

I brani guida – ma dove’è la title track?

Il pezzo-guida dell’album è la strepitosa “Family affair”, tanto inattesa e incatalogabile alla sua comparsa quanto, nel tempo, l’archetipo di una marca musicale che sarebbe maturata fino a diventare super-popolare. Tre minuti di viaggio onirico e pop, carichi del cinismo e della sensualità di quella nicchia che sarebbe poi diventata la blaxploitation. Voce e loop ipnotici, un gancio al mento e poi una ninna-nanna di un’eleganza e di un minimalismo sublimi ottenuti con l’utilizzo di quella goffa macchina che andava sotto il nome di Maestro Rhythm King MRK-2 e con liriche perfette per prestarsi a qualsiasi interpretazione individuale o universale:

One child grows up to be
Somebody that just loves to learn
And another child grows up to be
Somebody you'd just love to burn

Se “(You caught me) Smilin” pare tributare omaggio al crogiolo di droghe che fecero da contorno all’album suggerendo l’immagine di un viso inebetito dall’abuso e se quella che avrebbe dovuto intitolarlo -  “Africa Talks to You 'The Asphalt Jungle'" – pare quasi proteggere il fianco dell’artista dalle pressioni dell’ala più instransigente del movimento civile nero, è la vera title track a fare rumore. Senza produrne alcuno. Dura infatti zero minuti e zero secondi la non-canzone che chiude il lato A del disco sulla cui copertina la bandiera americana ha i soli al posto delle stelle e manca un titolo. “There’s a riot goin’ on”, il brano presente ma assente e silenzioso, è la protesta subliminale di Sly Stone, un genio strafatto e un adulto nero integrazionista che pare volere dire che non c’è alcuna sommossa in corso.

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