“If I could only remember my name…” e le molteplici vite di David Crosby

La storia di un classico, un album di culto che sta per compiere 50 anni, dalle tensioni con i colleghi Nash, Stills & Young, alla storia con Joni Mitchell, alla morte della fidanzata Christin Hinson, a cui è dedicato il disco
“If I could only remember my name…” e le molteplici vite di David Crosby

Pochi album definiscono uno spazio e un periodo come “If I could only remember my name…”. Ma, allo stesso tempo, quella di questo album è musica senza tempo. Il luogo e lo spazio sono la California dei primi anni ’70: Il primo album solista di David Crosby venne pubblicato il 22 febbraio del ’71, dopo essere stato inciso nell’autunno precedente a San Francisco.

Le vite di David Crosby

Quando arriva a quel disco, Crosby ha già vissuto diverse vite, tutte da film.

Figlio di un regista premio Oscar, da ragazzo cercò attenzione facendosi espellere da ogni scuola possibile. Trovò la sua via nella musica, e fu tra i fondatori dei Byrds - la prima band elettrica, quella che portò al 1° Bob Dylan incidendo la “Mr. Tambourine Man” nel ‘65. “Bob sentì le nostre chitarre, e gli si accese una lampadina”, racconta nel recente documentario “Remember my name”. Venne cacciato dalla band due anni dopo, per la sua mania di raccontare teorie complottiste su Kennedy durante i concerti e per la sua voglia di scrivere canzoni fuori dai canoni.
Scappò in Florida, dove sentì suonare Joni Mitchell: divenne la sua compagna, la portò in California, la introdusse nel giro del Laurel Canyon (“Mi esibiva agli amici”, raccontò lei più tardi) e produsse il suo primo album. L’anno dopo nacquero Crosby Stills & Nash, il “primo supergruppo” del rock: successo pressoché immediato, che aumentò ancora con l’entrata di Neil Young e la pubblicazione del secondo album “Deja vù” nel ’70. A quel punto però gli equilibri - già precari - saltarono: Joni Mitchell, dopo essere stata l'amore di Nash (che per lei aveva scritto “Our house”) ebbe una storia con Stills; la competizione musicale interna era alle stelle e Crosby ne fece le spese: nel disco vennero usate solo due canzoni sue; lui si tenne da parte le altre idee per un suo album solista. 

Un lutto da elaborare, una comunità di musicisti

Ma soprattutto, nel ’69, Crosby aveva perso la compagna Cristine Hinton, in un incidente stradale: non si era ripreso da quel lutto e passava lungo tempo sulla sua barca. La copertina del disco nacque da un filmino girato durante una escursione e l’album sarebbe stato dedicato a lei. 

Crosby si spostò per un po’ di tempo a San Francisco, bazzicando gli studi di Wally Heider, dove stavano lavorando i Jefferson Airplane e i Grateful Dead per quelli che sarebbero diventati “Blows Against the Empire” (1970, di Paul Kantner) e il capolavoro “American Beauty”.

Crosby iniziò a usare quelle occasioni per elaborare il lutto con la musica, ma a modo suo: incidendo composizioni eteree, senza tempo, portando all'estremo le sperimentazioni delle sue canzoni con CSN&Y. Ma non tristi, perché il dolore era già abbastanza: "Fu un periodo di polarizzazione, di estremi: estrema creatività positiva, ed estremo dolore". Chiunque passasse di lì poteva fare quello che voleva: l’apertura di “Music is love” venne improvvisata con Graham Nash e Neil Young - anche lui trasferitosi nel nord della California. Stills sarebbe stato l’unico membro del supergruppo assente, ma il cast fu stellare: i Dead suonarono in diversi canzoni - memorabili gli assoli di Garcia in “Cowboy movie” e la steel guitar di “Laughing” -, così come si sentono Joni Mitchell e i Jefferson Airplane. I brani presero spesso una forma lontana dalla canzone, tanto che due brani hanno una linea melodica di vocalizzi ("Tamalpais High (At About 3)” e "Song with No Words (Tree with No Leaves)”).

Music from big ego e lo scetticismo iniziale

Attorno al disco ci fu scetticismo: un discografico propose di intitolarlo - scherzando ma non troppo - “Music from big ego”, un gioco di parole con la “Music from big pink” della Band, e il notorio caratteraccio di Crosby. David Geffen, discografico e deus ex-machina della scena, tornò dalle sessioni poco convinto, ma a New York venne tranquillizzato da Amhet Ertegun, leggendario capo della Atlantic: “Non preoccuparti, abbiamo già spedito un milione di copie del disco”. 

L’album non ebbe comunque un successo paragonabile a quello dei CSN&Y.

 Ma nessuno dei dischi solisti del gruppo lo ebbe, con l’eccezione di “After the Gold Rush” di Young, uscito qualche mese prima e arrivato in top 10.  "If I could only remember my name…” rimase soprattutto un album di culto e storicamente meno considerato di altro album del periodo. In buona parte è stato rivalutato con la ristampa del 2006 - che però aggiunse una sola outtake da quelle sessioni, che come bootleg sono circolate per anni. Una curiosità: nel 2010 fece notizia la sua inclusione nella top 10 di musica “per sopravvivere a Sanremo” stilata dall’Osservatore Romano, l’organo di Stampa del Vaticano, che venne ripresa da testate come il New York Times e il Guardian.

Oh yes, I can: la carriera solista succcessiva

Crosby non pubblicò album solisti per 18 anni, rispondendosi da solo alla domanda del titolo, quella sul ricordarsi il nome: “Oh yes I can” (1989). Dopo un ritorno con i CSN&Y - tra cui il megatour mondiale del ’74 - si era perso ancora di più nelle sue dipendenze. Finì in carcere dopo essere scappato da un centro di recupero e subì un trapianto di fegato. La sua carriera solista è stata enormemente discontinua: dopo “Thousand roads” del ’93, ci mise 21 anni per un altro album, “Croz” (2014). Poi non si è più fermato, con tre album tra il 2016 e il 2018, tutti di ottimo livello. Non è cambiato il suo carattere: “I have a temper…”, raccontò quando lo intervistai nel 2014 per “Croz”. Era reduce dalla rottura con il suo amico storico Graham Nash e dalla lite con Neil Young, per via di Daryl Hannah. Nel recente documentario “Remember my  name” sembra più sereno, anche se non è chiaro quali siano i rapporti con gli ex compagni, che compaiono solo in materiale d’archivio.

"Se penso agli anni di San Francisco, ricordo che non c’era la volontà di creare una scena, non è che ci siamo seduti ad un tavolo ed abbiamo detto: ‘creiamo il west-coast movement’. Non pensavamo a cosa stavamo facendo, non ce ne fregava niente dei soldi e dello show-biz come a Los Angeles. Lo facevamo perché ci piaceva. A pensare alcune delle cose che abbiamo fatto, siamo stati davvero dei pazzi”.

La tracklist:

Music Is Love
Cowboy Movie
Tamalpais High (At About 3)
Laughing
What Are Their Names
Traction In The Rain
Song With No Words (Tree With No Leaves)
Orleans
I'd Swear There Was Somebody Here

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