Black music, dischi fondamentali: Curtis Mayfield, "Curtis" (1970)

Nel nuovo secolo l’universo sonoro afroamericano ha continuato produrre talenti cresciuti sui solchi dei grandi capolavori soul e r&b del passato. Scopriamo, in sei tappe, quali album non potete farvi mancare quando parliamo di storia della black music.
Black music, dischi fondamentali: Curtis Mayfield, "Curtis" (1970)

Curtis Mayfield
Curtis (Curtom, 1970)

Se con "For Your Precious Love" gli Impressions mollarono gli ormeggi per avventurarsi oltre le colonne d’Ercole della scena di Chicago, il 1970 segna l’inizio dell’esplorazione in solitaria del loro occhialuto leader, con un’opera prima che andrebbe inclusa senza indugi nel novero dei dischi da spolverare ogni giorno.

Non un caso, infatti, se viene in mente un personaggio controverso come l’Ulisse di Dante: dal momento che è la medesima voglia di lambire l’ignoto, di provare a vedere colori non ancora scoperti che spingeva Curtis Mayfield a «divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore». Con il gruppo ancora stretto ai fianchi i tempi non erano maturi, ma una volta solo era finalmente pronto a realizzare quello che la critica – con la solita pigrizia e un pizzico di accondiscendenza – definì «il Sgt. Pepper’s della musica nera». “Curtis” era un vero e proprio tuffo nell’inconscio, ben più criptico e stratificato di quello che appare a prima vista.

 

Non fidatevi del cordame impastato di wah e riverbero, e nemmeno di quell’eco che potrebbe far scambiare l’intero progetto come una semplice prova di psichedelia spicciola: nella scaletta del disco c’è tanta sperimentazione quanta denuncia sociale, come tra i calanchi di "(Don’t Worry) If There Is a Hell Below, We’re All Going to Go"; bambagia intrisa di vita e morte, per la dolente "The Other Side of Town"; fino a svelarsi in un fioretto d’amore (con orchestra in bella vista) su "The Makings of You".

Ma, ad aprire la seconda facciata, ecco anche un vero e proprio inno al coraggio e all’autodeterminazione, capace di stagliarsi al di sopra di tutto e di tutti: quell’esaltante "Move on Up" che in molti conoscono anche nella bella rilettura dei Jam di Paul Weller. .


Insomma, cosa volere di più? Produttore di sé stesso, e perciò mente unica di questo capolavoro, Mayfield continuerà su altissimi livelli per quasi tutto il decennio, diventando presto un punto di riferimento per l’intera comunità nera. Molto più di un musicista, la sua straripante personalità sopravvisse anche a un incidente, che nel 1990 lo paralizzava dal collo in giù. Chissà quante cose avrebbe ancora oggi da dire, il caro vecchio Curtis.

Carlo Babando

Il testo di questo articolo è tratto dal libro "Blackness", di Carlo Babando, pubblicato da Odoya, ed è qui riprodotto per gentile concessione dell'autore e dell'editore.

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