Quella volta che David Bowie rimproverò MTV perché secondo lui...

La rockstar mise in evidente imbarazzo l'intervistatore.
Quella volta che David Bowie rimproverò MTV perché secondo lui...

Nel 1983 David Bowie aveva già cambiato non poche facce e indossato non pochi costumi. Dall'esordio del 1967 a "Scary monsters (and super creeps)", passando per "Space Oddity", "The man who sold the World", "Hunky Dory", "The rise and fall of Ziggy Stardust", "Aladdin Sane", "Pin ups", "Diamond dogs", "Young americans", "Station to station" e la trilogia berlinese di "Low", "Heroes" e "Lodger": in sedici anni di attività discografica aveva già spaziato dal pop psichedelico e barocco alle sperimentazioni elettroniche, dal glam rock al soul bianco. Ora era il momento della svolta dance-rock di "Let's dance", l'album frutto della collaborazione con Nile Rodgers, già mente degli Chic e punto di riferimento della black music statunitense. Tra le varie interviste concesse durante la promozione di quel disco, che complice l'omonimo singolo si sarebbe rivelato nei mesi successivi un vero e proprio best-seller mondiale, ce n'è una che vide la rockstar britannica confrontarsi con un vee-jay di MTV proprio sulla black music, criticando il network e mettendo in imbarazzo l'intervistatore.

Raggiunto in hotel dalla troupe del network lanciato appena un paio di anni prima e dal vee-jay Mark Goodman, nel corso della chiacchierata Bowie volle fare un'osservazione al suo interlocutore e ai dirigenti di MTV:

"Ho guardato MTV negli ultimi mesi, è una solida impresa con delle possibilità. Sono stato operò semplicemente sconcertato dal fatto che ci sono così pochi artisti neri tra quelli che passate".

Il commento del cantante mise in evidente imbarazzo Goodman, che cercò di replicare:

"Penso che stiamo provando a muoverci in quella direzione. Vogliamo suonare artisti che sembrano fare musica che si adatta a ciò che vogliamo passare su MTV."

Una risposta che però non soddisfò affatto Bowie:

"I pochi artisti neri che si vedono passano tra le 2.30 alle 6 del mattino. Pochissimi vengono passati durante il giorno".

Il vee-jay provò allora a fare chiarezza sulla visione del network - la sua risposta lo metterebbe forse nei guai seri, oggi:

"Dobbiamo cercare di fare ciò che secondo noi può non solo piacere a chi vive a New York o Los Angeles, ma anche a Poughkeepsie o nel Midwest, considerare che qualche città del Midwest potrebbe essere spaventata a morte da Prince o da altri artisti neri. Dobbiamo suonare il tipo di musica che può piacere all'intero paese".

Così però infastidì ancor di più la rockstar:

"Ma gli Isley Brothers e Marvin Gaye hanno un grande valore per un diciassettenne nero. E anche lui fa parte dell'America. Non dovrebbe essere una sfida rendere i media molto più integrati?".

A proposito di integrazione. In un'intervista concessa qualche anno più tardi, nel 1991, riflettendo proprio su "Let's dance" Bowie definì quel disco "a rediscovery of white-English-ex-art-school-student-meets-black-American-funk", vale a dire un tentativo di unione tra le influenze di un bianco britannico che aveva frequentato le scuole d'arte (che negli Anni '60 nel Regno Unito attraevano molti giovani piccolo-borghesi - diverse future star del rock britannico frequentarono da adolescenti quel tipo di istituti) e il funk nero americano.

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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