Pink Floyd, i 50 anni di “Atom Heart Mother”: La storia dell’album – parte 2

“Atom Heart Mother” dei Pink Floyd è stato pubblicato il 2 ottobre del 1970. E’ un album epocale, e per celebrarne il compleanno l’abbiamo presentato integralmente, canzone dopo canzone, nei giorni scorsi. Ecco la seconda parte della storia del disco
Pink Floyd, i 50 anni di “Atom Heart Mother”: La storia dell’album – parte 2

Dal lato artistico fu Ron Geesin a fare la prima mossa, invitando Waters a partecipare al progetto “Music From The Body”, colonna sonora del film “The Body” di Roy Battersby ispirato a un libro di Anthony Smith pubblicato nel 1968. Wright, Gilmour e Mason misero lo zampino nell’opera con l’incisione di “Give Birth To A Smile”, a testimoniare un rapporto che andava man mano cementandosi. Durante le lavorazioni del progetto, avvenute fra gennaio e marzo 1970, emersero le capacità dell’artista in tema di conoscenze orchestrali: Geesin arrangiò con estrema disinvoltura le partiture di violoncello, accendendo la fantasia di Waters che frattanto con i Floyd cercava di venire a capo della nuova suite. Il brano era già stato rodato dal vivo con il titolo provvisorio di “The Amazing Pudding” ma mancava l’abito orchestrale che era nelle mire del gruppo fin dalle origini.

Il risultato di questa complessa collaborazione occupa l’intera prima facciata del disco: è la suite che dà il nome al nuovo album, considerato dalla critica l’opera della raggiunta maturità dei Pink Floyd. Fra sperimentazioni inedite e fughe orchestrali, i primi a restare spiazzati (non necessariamente in negativo) furono i fan storici. D’altro canto, come vedremo a breve, il disco conquistò nuove platee e rafforzò il nome del gruppo a livello internazionale, Stati Uniti in primis, la terra di conquista necessaria per ogni complesso che avesse nel mirino l’affermazione definitiva.

Se il primo lato di “Atom Heart Mother” fu occupato interamente dall’omonima suite, il secondo ripropose lo schema già adottato per il precedente “Ummagumma”: una canzone per ogni membro del gruppo, questa volta con l’eccezione di Nick Mason. Ne scaturirono tre gioiellini musicali, amati ancora oggi: “If”, “Summer ’68” e “Fat Old Sun”. In coda all’album una sorta di divertissement escogitato per colmare i minuti restanti, quella “Alan’s Psychedelic Breakfast” che, rendendo omaggio al roadie Alan Styles, ne rese celebre il nome e l’ipercalorica colazione.

Le registrazioni di “Atom Heart Mother” presero il via nel marzo del 1970 agli EMI Studios, futuri Abbey Road, con l’omonima suite in testa alla scaletta dei lavori. Il mixaggio fu opera di Peter Bown, coadiuvato dal giovanissimo tecnico Alan Parsons, alla sua prima collaborazione con i Pink Floyd. Durante le incisioni si presentò anche Syd Barrett in compagnia del vecchio amico Geoff Mottlow; l’ormai ex leader del gruppo era impegnato nei medesimi studi per fissare su nastro il suo secondo album solista (intitolato semplicemente “Barrett”), la cui produzione fu affidata a Gilmour e Wright.

“Atom Heart Mother” uscì in Inghilterra il 2 ottobre 1970 e centrò il bersaglio raggiungendo risultati eccellenti, in linea con le ambizioni del gruppo: fu il primo LP della band a toccare il vertice della classifica inglese; negli USA arrivò a un cinquantacinquesimo posto che, seppur lontano dalla Top 10, significò un bel balzo avanti negli indici di gradimento commerciali. Due tour americani nel 1970 rafforzarono ulteriormente le radici all’ombra della bandiera a stelle e strisce, un percorso che avrebbe richiesto ancora molto lavoro per giungere a compimento. Per la cronaca, “Atom Heart Mother” fu Disco d’Oro negli USA solo nel 1994.

Anche la veste grafica dell’album contribuì alla sua affermazione: la solitaria mucca di razza frisona che svetta fra i verdi pascoli inglesi fu il geniale e anticonformista elemento firmato Hipgnosis.

Stride invece la percezione che gli stessi Floyd ebbero di un lavoro che contribuì significativamente al loro successo: a posteriori emersero giudizi non del tutto positivi sull’opera e sulla suite, a volte lapidari, denunciando le difficoltà generali che pesavano sul gruppo in quel particolare momento.

Anche la collaborazione con Geesin risentì, dal lato personale, di vari problemi, in parte dovuti alle oggettive difficoltà incontrate in studio dall’artista (un’esperienza che non esitò a definire “terrificante”) ma soprattutto alla decisione del gruppo di non inserire il suo nome in copertina nonostante il lavoro immane apportato alla suite.

Dalle sedute di registrazione rimase esclusa la traccia “No One Tells Me Anything Around Here”, della quale furono incise tre takes il 13 giugno 1970.

Avanti rispetto ai tempi, i Pink Floyd decisero per la prima volta di mixare il disco in quadrifonia, sebbene fossero contrariati dal modesto livello tecnico degli studi EMI. Non stupisce che il gruppo stesse valutando l’opportunità di dotarsi di un proprio studio di registrazione, in modo da lavorare gestendosi i tempi in autonomia e con piena libertà tecnica.

Leggi qui “Atom Heart Mother”: la storia dell’album – parte 1

Leggi qui la scheda di "Alan’s Psychedelic Breakfast"

Leggi qui la scheda di "Fat Old Sun​"

Leggi qui la scheda di "Summer ‘68"

Leggi qui la scheda di "If"

Leggi qui la scheda di “Atom Heart Mother” – parte 2

Leggi qui la scheda di “Atom Heart Mother” – parte 1

I testi sono tratti dal libro di The Lunatics “Pink Floyd. Il fiume infinito”, pubblicato da Giunti, per gentile concessione degli autori e dell’editore; al libro rimandiamo per la versione integrale dei testi di presentazione delle canzoni di “Atom Heart Mother” e di tutti gli altri album del gruppo.

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