Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "Ovunque proteggi" di Vinicio Capossela

Era appena iniziato il 2006, era inverno. Il cantautore di origini irpine ci scaldò il cuore con questo disco.

Grandi album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "Ovunque proteggi" di Vinicio Capossela

Nel 2000 Vinicio Capossela pubblica “Canzoni a manovella” (leggi qui la nostra recensione) poi il silenzio. Un silenzio discografico lungo oltre cinque anni. Un silenzio che viene rotto, nel gennaio 2006, da “Ovunque proteggi”. E sin dal primo ascolto si comprende che l'attesa non è stata vana. Un disco stracolmo di suggestioni, un disco che è una perla all'interno di una discografia di grande qualità. Un disco che si avvale della collaborazione di un gran numero di musicisti. Un disco che trova ispirazione nella Bibbia come nell'epicità dell'Iliade, della storia russa come nei giochi dell'Antica Roma, fino a spingersi alla poetica di Coleridge.

Un disco che crediamo possa essere una piacevole scoperta – o una riscoperta, per chi già lo conoscesse e l'avesse perso di vista – e una ottima compagnia, per un'oretta, in questo regime di reclusione forzata a causa del diffondersi di quella brutta 'bestia' chiamata Coronavirus. Insomma, usiamo la musica per combattere la noia e la paura. Come nostra abitudine, a seguire, le parole della recensione che scrivemmo al tempo e tre video. Buon ascolto!

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Giusto che esca adesso un disco così fuori norma, con il “mercato” in standby e le orecchie ancora sature per la sbornia natalizia. Non si saprebbe comunque come etichettarlo, in quale scaffale riporlo, con quale altro “prodotto” metterlo a confronto o in competizione. Contiene musica per stomaci forti, zeppa di suoni antichissimi e (post)moderni: se le canzoni precedenti di Vinicio erano a manovella, tra quelle nuove ce ne sono alcune che montano ingranaggi ancora più arcaici e rudimentali. “Ovunque proteggi” è un disco di suoni, rumori e parole (tantissime, come sempre, accuratamente selezionate dal vocabolario o inventate di sana pianta), di carne e di sangue, di terra e di acqua, tra valzer leggeri che volano nel vento e colpi di maglio sferrati in fucine ciclopiche.

Capossela ci arriva, con una bella dose di coraggio e di lucida follia, dopo un percorso che lo ha visto affrancarsi un po’ alla volta dalle ombre del passato, i Paolo Conte e i Tom Waits. Sono quattordici canzoni (canzoni?) a briglia sciolta, unite soltanto dal tratto di una penna che sulla mappa geografica traccia linee di raccordo tra i luoghi che le hanno suggerite e ispirate, in cui sono state concepite o registrate: Ispinigoli (Nuoro) e Scicli (Ragusa), Rubiera e Treviso, i navigli milanesi e il Colosseo, grotte e chiese, Mosca e Pechino, il Libano ed il Messico… piccola Italia sotterranea e capitali cosmopolite, deserti e metropoli, con la fantasia a scompaginare meridiani e paralleli. E’ un album/diario “on the road” che suona come una colonna sonora, anzi tante colonne sonore, in virtù anche delle esplicite e reiterate citazioni cinematografiche: una canzone si intitola “Lanterne rosse”, un’altra (“Nutless”, storpiatura del “Noodles” interpretato da De Niro in “C’era una volta in America”) resuscita il “Deborah’s theme” morriconiano del film di Sergio Leone, una terza (“Brucia Troia”) riprende nell’incipit una celebre frase di Marlon Brando nell’ “Apocalypse now” di Coppola (“L’orrore, l’orrore”). Lì, e nell’onirico blues mediorientale che apre la sequenza in un minaccioso clima da Vecchio Testamento (“Non trattare”), il Waits di “Bone machine” Capossela lo scavalca a sinistra prendendolo alla lettera, con i musicisti a percuotere sonagli e campanacci, corna, “teste di morto” e “mascelle d’asino”, a strimpellar “chitarre preistoriche” ed evocare i muggiti di un Minotauro. Musica anti-iPod per eccellenza: se superate quello scoglio e qualche altra trappola disseminata sul resto del percorso, avete il passepartout per un disco ostico ma pieno di sorprese e rivelazioni. Musica da cinema, si diceva: “Al Colosseo”, per soli corni, timpani e voce, evoca ironicamente certi “peplum” di serie b, di quelli che si giravano a Cinecittà negli anni ’60. E come definire altrimenti il pianismo rarefatto, alla Nyman, e i colori tremuli della succitata “Lanterne rosse”? O i legni cigolanti, i rollii e i beccheggi di “Ss. dei naufragati”, e il neo(sur)realismo di “Dalla parte di Spessotto”, un borbottìo sonoro che ricorda un po’ “L’apprendista stregone” di Paul Dukas, legato nell’immaginario collettivo di una generazione al disneyano “Fantasia”?

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Ci sono strumenti cinesi, esotici e antichi giocattoli sonori, Marc Ribot (molto presente con la sua sapiente chitarra) e musicisti dixieland, ma “Ovunque proteggi” è soprattutto un disco di voci e di orchestre italiane. C’è il coro della cappella di San Maurizio Milanese che regala brividi e solennità a “Ss. dei naufragati”, e ci sono i tenores sardi che pompano un battito ancestrale nelle vene di “Brucia Troia”. C’è il corpo bandistico “A. Busacca” di Scicli che Roy Paci ha condotto e arrangiato per “L’uomo vivo (inno alla gioia)”, marcia inebriata che racconta di un Cristo di legno che risorge in processione, e l’Orchestra d’archi Italiana diretta da Mario Brunello per “Nel blu”, titolo alla Modugno per un turbinoso valzer primaverile ad alta densità poetica (anche nel testo). C’è poco di ordinario, qua dentro, e tutto merita una menzione: “Moska valza”, jazz rock dal ritmo ubriacante e dai sapori eurasiatici, rende alla perfezione l’atmosfera ribalda, febbrile e vorace della nuova Russia, “Il rosario della carne” (sole voci con contorno di mosca ronzante) è un crudo brandello poetico di stampo pasoliniano, “Medusa cha cha cha” un accattivante struscio da balera sulle orme di Esquivel e dei “Cubanos Postizos” di Ribot, e “Pena de l’alma” (“Prenda de l’Alma”) uno struggente tradizionale messicano che i Los Lobos, chicanos di Los Angeles, avevano inciso nel 1987 sull’album “By the light of the moon”. Si arriva in fondo affascinati, ma anche un po’ affaticati e frastornati dalla densità e dalla lunghezza del disco (durasse un po’ di meno, sarebbe più facile tener sempre desta la soglia dell’attenzione). Ma poi proprio in coda arriva la title track, la ballata più “regolare” e commovente della raccolta: ad ascoltarla, si finisce per convincersi che gli Angeli della Cappella di San Maurizio fossero davvero lì a dar la loro benedizione.

(Alfredo Marziano)

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