Laurie Anderson evoca il fantasma di Lou Reed a Villa Arconati

L’artista americana incanta il pubblico del festival Terraforma, alle porte di Milano: un’ora a cavallo fra storytelling e improvvisazione musicale
Laurie Anderson evoca il fantasma di Lou Reed a Villa Arconati

Il momento più emozionante dell’esibizione di ieri sera di Laurie Anderson nell’ambito dei festival Terraforma e Villa Arconati, alle porte di Milano, è arrivato alla fine, quando l’artista americana ha definito il suo rapporto con Lou Reed come “una conversazione lunga 21 anni” e ha spiegato che il tai chi, che entrambi praticavano, “è un’arte marziale al rallentatore, una forma di lotta con un partner invisibile. È come ballare o combattere con un fantasma”. E dopo averla evocata, l’artista si è cimentata una forma del tai chi. Laurie Anderson ci ha spiegato, insomma, che la musica è un linguaggio dell’invisibile e ci mette in contatto con idee e memorie che andrebbero altrimenti perdute. Il suo spettacolo “The language of the future” descrive in modo originale un mondo fuori controllo, ma trasmette sentimenti di accettazione e serenità.

“This is the language of the on-again off-again future… and it is digital”, dice Laurie Anderson a un certo punto. Il linguaggio del futuro a cui si riferisce il titolo dello spettacolo è quello del nostro presente digitale. “Viviamo il futuro immaginato da William Burroughs in cui tutto è virale e globale”, ha detto l’artista il giorno prima del concerto. “The language of the future”, dal titolo di un pezzo scritto alla fine degli anni ’70, pubblicato nel 1984 ed eseguito a metà show, è un format che permette a Anderson di raccontare lo stato delle cose, la politica, il mondo, ma anche il suo privato e le sue idee sulla comunicazione. “Some say our empire is passing as all empires do”, recita la prima scritta che si materializza alle spalle della musicista. L’impermanenza delle cose, delle cose e della vita stessa è infatti il tema centrale dello spettacolo.

“The language of the future” è anzitutto una collezione di storie presentate sul palco in una miscela di storytelling, visuals e improvvisazioni musicali. Chi si aspetta un concerto canonico è spiazzato. Laurie Anderson si presenta sul palco accompagnata da Rubin Kodheli. “Ci esibiamo insieme da tre anni e non suona mai la stessa nota”, dice. La parte musicale è effettivamente in parte improvvisata, con i due – lui al violoncello, lei al violino – che si osservano e rispondono con lo strumento agli stimoli dell’altro materializzando dissonanze, timbri metallici, bordoni cupi e improvvise aperture melodiche, brevi sprazzi di poesia.

È uno spettacolo politico. “È un bel sollievo essere lontana dagli Stati Uniti” dove le cose stanno diventando surreali, dice l'artista all’inizio di uno spettacolo che è in parte concerto, in parte reading e in parte happening. Dopo l’elezione di Trump, Yoko Ono postò un urlo lungo un minuto, non una performance artistica, ma uno sfogo. Anderson chiede al pubblico di fare la stessa cosa e tutti gridano frustrazione e insoddisfazione per una decina di secondi. Ma “The language of the future” è anche una performance sulla tecnologia. “Se pensi che la tecnologia possa risolvere i suoi problemi”, dice a un certo punto Anderson, prima in inglese e poi in italiano, “non conosci la tecnologia e non conosci i tuoi problemi”.

Ci sono anche storie divertenti e parti scherzose, come quando si ricorda l'incontro con William Shatner, il capitano Kirk di “Star Trek”, marito di una cugina della musicista. “Anch’io scrivo di capitani che perdono il controllo”, gli ha detto Anderson. “E allora dovremmo fare qualcosa assieme”, ha risposto lui. “Poi venne a un mio concerto e da quel momento non ha più tirato fuori l’idea di collaborare”.

Non è difficile crederle. Gli spettacoli dell’americana sono a dir poco originali, destinati a spezzare le aspettative. “The Language of the Future”, poi, è anche una performance sulla morte, la memoria e la perdita. Come quando Laurie Anderson esegue “The beginning of memory”, una sorta di mito su come è nata la memoria. O quando cita “Nothing left but their names” da “Landfall”, il meraviglioso album con il Kronos Quartet, per raccontare che il 99,9% degli animali esistiti si è estinto. È la memoria a salvarne il ricordo. È la memoria ad evocare nel finale il marito Lou Reed.

Prima Anderson e Kodheli suonano accompagnati dalla voce di Reed che recita “Junior dad”, la canzone che chiudeva l’album con i Metallica “Lulu”, la storia di un figlio che veglia il padre sul letto di morte. In realtà, Reed la suonava dal vivo con Anderson, Sarth Calhoun e John Zorn prima di inciderla con i Metallica. Laurie non fa ascoltare la parte più amara e si ferma dopo quel “oh, state of grace” che fa pensare a una morte dolce. Poi, cantando, evoca di nuovo il marito implorando di non lasciarla e citando la sua “Dirty boulevard” e quei versi pazzeschi sulla Statua della Libertà che a loro volta parafrasavano Emma Lazarus: “Datemi le vostre masse affamate, i vostri stanchi, i vostri poveri, e ci piscerò sopra”. “Mi manchi, mi mancano le tue canzoni”, dice Anderson.

L’artista racconta le sue storie con grazia e un magnetismo unico, alterando a volte il timbro vocale perché “essere se stessi è faticoso e se ti dai una voce nuova, ti dai libertà”. Ci dice che potremmo essere i primi esseri umani della storia a raccontare una storia che nessuno ascolterà: quella della nostra estinzione. E conclude il concerto dicendoci di non intristirci. Si chiede: di fronte a questo tempo tremendo, che cosa avrebbero detto i suoi eroi? “Philip Glass direbbe: fai della musica. John Cage avrebbe detto: ascolta. Ghandi: resisti. James Brown avrebbe detto ‘Get on the good foot’”, e fa ascoltare in playback la canzone del padrino del soul, prima di suonarci sopra con Kodheli, per metà omaggio e per metà sfregio.

Infine, Anderson evoca l’uragano Sandy, già oggetto di “Landfall”, e lo collega al concetto di perdita: di oggetti, di valori, di persone. E chiude lo spettacolo, prima di un bis improvvisato, con il tai chi e il ricordo di Lou Reed. Che magone. E che meraviglia.

(Claudio Todesco)

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