NEWS   |   Italia / 06/11/2018

Roberto Vecchioni celebra la vita (con Francesco Guccini) nel nuovo album “L’infinito” – INTERVISTA

Roberto Vecchioni celebra la vita (con Francesco Guccini) nel nuovo album “L’infinito” – INTERVISTA

Ci voleva Roberto Vecchioni per convincere Francesco Guccini a tornare a cantare. La canzone che i due interpretano assieme si intitola “Ti insegnerò a volare (Alex)”, è un omaggio ad Alex Zanardi ed è stata scelta per presentare il nuovo album di inediti di Vecchioni “L’infinito”, il primo da cinque anni a questa parte, in uscita il 9 novembre. Il cantautore milanese l’ha presentato oggi al Teatro Girolamo di Milano. Più che una conferenza stampa è stato un monologo sul senso dell’album e una lectio magistralis sul senso della canzone d’autore. Contenuto in una copertina di Oliviero Toscani con una foto di profilo dell’artista che non ne nasconde volutamente l’età, l’album uscirà solo in CD e LP (quest’ultimo con una canzone in meno). “È un atto di resistenza culturale”, ha spiegato Vecchioni. “È un disco che si compra nei negozi, non va nell’aria. Non possiamo continuare a spezzettare le vite delle persone, una canzone alla volta. C’è un filo rosso che lega queste dodici canzoni. Anzi, è una sola, lunghissima canzone divisa in dodici momenti".

“È stata una fatica immensa a tirar fuori quell’orso della tana dopo sette anni che non cantava”, ha detto Vecchioni di Guccini sfottendolo affettuosamente. I due si conobbero a Sanremo a metà anni ’70. “Pioveva, entrai all’Hotel des Etrangers e lo vidi nell’atrio, un personaggio immenso seduto in poltrona. Ci presentò Amilcare Rambaldi. Lui mi disse: ho sentito una tua bella canzone, quella che parla dello stadio e della partita di calcio. Stava sfottendo ‘Luci a San Siro’. E io: anch’io ho sentito quella tua del trenino che va a spaccarsi e non è male”. Quando Vecchioni ha avuto per le mani il disco finito, ha pensato di coinvolgere Guccini, che considera, con Ivano Fossati, il più grande cantautore vivente. “Mi sono detto: adesso vado da quell’orso che se ne sta chiuso a fare un cazzo tutto il giorno, mezzo addormentato e rincoglionito, perché in questa cosa ci deve essere anche lui. Arrivo a Pavana e gli ho fatto sentire il disco. Lui, tipo Nero Wolfe allargato sulla poltrona, ha sentito un’ora di musica. Intanto io tremavo. Alla fine si è alzato, mi è venuto incontro e mi ha abbracciato”.

“Ti insegnerò a volare” è cantata dal punto di vista di Zanardi che ha perso entrambe le gambe in un terribile incidente in pista nel 2001. “Parla dell’uomo e della forza che ha dentro di battere il destino. È la sconfessione assoluta di ‘Samarcanda’. Dice: destino, sei una merda, ti batto quando voglio. Chi se ne fotte se non posso correre o camminare: imparerò a volare. La melodia è un po’ gucciniana e lo è volutamente. Per incidere la sua voce siamo dovuti andare a casa sua. L’ha registrata in cucina”. La musica invece, con un violino folk e un friscalettu, uno zufolo siciliano che può ricordare un flauto irlandese, è stata cucita addosso alle parole dal produttore Lucio Fabbri, che ha compiuto un lavoro unico. Vecchioni si è presentato in studio con alcune melodie per lo più ispirate alla musica popolare, non solo italiana. Ha scritto i testi in studio e li ha cantati con il solo accompagnamento ritmico di un pianoforte o di una chitarra. Tutto il disco, suonato in trio con Massimo Gelmini e Roberto Gualdi più vari ospiti fra cui Morgan nell’autobiografica “Com’è lunga la notte”, è stato poi arrangiato da Fabbri attorno alla voce di Vecchioni.

Vecchioni sembra ringiovanito. Quando racconta “L’infinito” ci mette la passione di un ragazzo e il sapere di un saggio. È un disco particolare, per lui, unico. “Canterò ancora e farò altri dischi”, ripete più volte, come se volesse esorcizzare una grande paura, “ma questo album rappresenta una conclusione per me. Dopo anni in cui mi sono posto domande, finalmente questo disco fornisce una risposta. Viviamo in un mistero che non conosciamo. In questa confusione bestiale abbiamo una valigia pesantissima dentro cui c’è il significato, ma non possiamo aprirla. Possiamo solo immaginare con la mente, il cuore e l’anima cosa c’è dentro la valigia, vale a dire il senso del nostro esistere. Ed è facile, facilissimo: si vive per l’amore. Dobbiamo amare la vita nostra e degli altri. E dobbiamo dirlo forte e smettere di piangerci addosso. La vita è straordinaria nella sua malignità  nella sua dolcezza”.

Al posto di scrivere un album su sé stesso, Vecchioni ha perciò deciso di riservare solo poche canzoni alle proprie esperienze e di mettere in fila “i personaggi che hanno dimostrato che la vita è questa cosa concreta, vera, in cui ti specchi negli altri”. E ha scelto di farlo con un linguaggio diretto, figlio della rinascita segnata da “Chiamami ancora amore”, la canzone che ha vinto Sanremo 2011. “Noi cantautori abbiamo esagerato con parole e dubbi, rimanendo nella dimensione dell’incertezza, del tempo che fugge, della vaga malinconia. Non si arrivava mai a una conclusione. E poi pretendevamo troppo da noi stessi. Mi è capitato di scrivere canzoni che non capivo nemmeno io. A volte la paura di essere ‘bassi’ ti fa scrivere in un modo ‘alto’ e inutile. Dimenticando che c’è un pubblico a cui parlare. Noi cantautori abbiamo una funzione utile e giusta: rendere la poesia accessibile”.

Sulla scorta di questi pensieri, negli ultimi anni Vecchioni ha ripensato al proprio mestiere e al fatto di non essere mai arrivato a quello che chiama il punto centrale di tutto. “Mi riferisco alla vita. Non la vita come un fatto astratto, ma quel che abbiamo vissuto, le cose che ci hanno fatto stare male e bene, impazzire e desiderare, gli oggetti e le persone. La vita come straordinaria bellezza nel dolore e nella gioia. La vita positiva, che vale e che conta”. Fino a ieri, dice Vecchioni, “scrivevo due, tre canzoni forti a disco, ma non c’era mai compattezza. C’era una bellezza letteraria che non serve a nulla, se non al nostro gusto. Questa volta ho voluto un disco che dicesse qualcosa all’anima e non solo all’estetica”.

Nella galleria di personaggi dell’album ci sono Ayse Deniz, detta Cappuccio Rosso, combattente curda morta per mano dell’Isis e già raccontata da Zerocalcare in “Kobane calling”. C’è Papa Francesco in “La canzone del perdono”, esclusa per motivi di spazio dalla versione in vinile. C’è la madre di Giulio Regeni che immagina il figlio, ricercatore universitario torturato e ucciso in Egitto, che dorme nella stanza accanto. Ci sono le donne che Vecchioni ha amato,”la prima e l’ultima”. E c’è Giacomo Leopardi. Nella canzone che dà il titolo all’album il poeta è a Napoli. E lì, alla fine della sua esistenza, chiede una tregua al dolore e nei suoi ultimi versi usa una parola, “sole”, che non ha mai pronunciato prima. “Mi sono detto: devi trovare la persona la più lontana possibile dall’amore per la vita. La devo trovare e farle amare la vita. Ecco perché ho scelto l’ultimo Leopardi. È l’esempio che volevo, quello più grande. Ed è venuta fuori la canzone più importante della mia vita”.

In un disco che celebra la vita, l’ultima canzone è l’unica che contiene un momento di sgomento. Si intitola “Parola” ed è una elegia sulla morte della parola. “Oggi i nostri ragazzi conoscono in media 600 parole. Dieci anni fa erano 5000. La parola italiana sta morendo. E allora alla fine di questo disco ottimista, commosso e positivo canto una specie di canzone d’addio alla parola, un po’ felliniana”. Si commuove, Vecchioni, quando racconta del suo bassista Marco Mangelli, “che mi sente anche se non è qui. Stava malissimo, è morto due mesi fa. Ma prima di morire e anche se stava male ha detto: il basso nel tuo disco lo suono io. Quando sento il disco vado a sentire com’è il basso perché mi sembra di rivedere Marco”. Vecchioni rimpiange il Novecento, “il secolo dell’arte”, passa dalla commozione per un mondo che sta svanendo alla forza vitale che lo spinge a lottare per salvare quel che resta. Racconta di una sbronza con Guccini a Pavana. “Gli chiesi: ma perché cantiamo? E lui: perché parlare non basta”.

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