Bruno Lauzi, la storia di “Ritornerai” (1963). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Bruno Lauzi, la storia di “Ritornerai” (1963). ASCOLTA

“Ritornerai” (musica e parole di Bruno Lauzi)

Anima opposta a Luigi Tenco, con cui condivide solo il banco del ginnasio e la passione per la musica, Bruno Lauzi, rispetto all’ombroso e imprevedibile compagno di scuola, è ottimista ed esuberante, un cabarettista che si affaccia alla ribalta con alcune bossanove in genovese simil brasiliano.

Ma il successo, primo e più convincente, arriva nel 1963, quando ha 26 anni, con il morbido bolero di "Ritornerai", reso drammatico da una voce roca e pastosa, una delle più interessanti della canzone italiana, che diventerà ancora più potente, come lui stesso scherzosamente annuncerà, da quando si ammala di Parkinson e brevetta un metodo per allacciare comodamente le camicie: velcro al posto dei bottoni, un’idea accolta da una grande catena di distribuzione e diffusa in duecento negozi italiani.

"Ritornerai" sono quattro terzine per una mesta speranza, scandita da un crescendo quasi lugubre, dentro un anatema beffardo e minaccioso: “E riderai, quel giorno riderai / ma non potrai lasciarmi più / Ti senti sola con la tua libertà / ed è per questo che tu ritornerai”. Nanni Moretti ne coglie l’aspetto liberatorio innestando il brano nell’ultima scena del film La messa è finita, subito dopo la benedizione di don Giulio in una sorta di lieto fine onirico con i parrocchiani che dimenticano i tormenti e si allacciano in una danza senza coordinate all’interno della piccola chiesa. Franco Battiato ne rispetta la solenne marzialità reinterpretandola quasi quarant’anni dopo in “Fleurs3”, mentre ne tradiscono il senso altre pur autorevoli cover, come quella troppo gentile della Vanoni nello storico “Ai miei amici cantautori” del 1968, quella scomposta di Giuliano Sangiorgi e quella insensata di Michele Bravi nel 2017.

Lauzi ha già scritto "Il poeta", rimasta sullo spartito per alcuni anni perché la censura non accetta canzoni che parlano di suicidio (“E alla fine una notte si uccise / per la gran confusione mentale”), come quello che tocca nella realtà al compagno di liceo Tenco Luigi.

Lauzi dice che alcune delle sue canzoni sono “fatte in casa” (cioè composte e cantate da lui), altre sono “da trasferta”, come quelle ereditate dagli amici Mogol e Battisti ("E penso a te", "L’aquila", "Amore caro amore bello") o da Paolo Conte ("Onda su onda" e "Genova per noi"). Poi ci sono i brani, scritti da lui, che hanno portato al successo altri colleghi, colleghe soprattutto, come "L’appuntamento" per Ornella Vanoni, "Piccolo uomo" e "Almeno tu nell’universo" per Mia Martini. Nel 2006, pochi giorni prima di morire per un tumore al fegato a nemmeno settant’anni, in un tributo a Pierangelo Bertoli, Lauzi interpreta "Sera di Gallipoli" come un intenso, dolente testamento. La sua trasferta definitiva.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione
 

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