Shapiro e Vandelli presentano ‘Love and Peace’: "Un richiamo ai nostri tempi e un messaggio attuale"

Shapiro e Vandelli presentano ‘Love and Peace’: "Un richiamo ai nostri tempi e un messaggio attuale"

Shel Shapiro e Maurizio Vandelli sono due figure complementari. Sembrano una coppia artistica rodata da anni di palchi calcati assieme, eppure non potrebbero essere più diversi per carattere e formazione: pacato e riflessivo il primo, più esuberante il secondo, che ama punzecchiare il collega con divertita ironia, rendendo le dinamiche dell’inedito duo piacevolmente spassose. Negli anni Sessanta hanno scritto e interpretato con le rispettive band - o per meglio dire, complessi - di appartenenza, pagine di musica che sono entrate di diritto nel patrimonio nazionale e che ora, dopo mezzo secolo, hanno deciso di mettere insieme per un album congiunto, “Peace and Love”, 24 anni dopo il loro primo incontro, per merito di Giorgio Fieschi. Appianate le loro vecchie divergenze, i due musicisti hanno presentato alla stampa il risultato di una storica collaborazione, con la quale hanno riannodato i fili della memoria e fatto il punto sul nostro presente, ma anche ricucito l’antico strappo tra Rokes ed Equipe 84.

“Il punto di partenza per lavorare insieme”, esordisce Shapiro con il suo inconfondibile accento britannico, “era l’idea di uno spettacolo che celebrasse i successi del 1968. Ho pensato a Vandelli e mi sono detto che era una bella idea, così l’ho chiamato”. “È stato un sì un po’ tremolante il mio”, gli fa eco Vandelli, “a ottobre 2016 avevo messo giù degli appunti per qualcosa di simile. Quando ho ricevuto la sua telefonata per un progetto in linea con il mio è lì che è nato tutto.”

“Il titolo di questo lavoro “Love And Peace” è programmatico. È un titolo che richiama la nostra storia, così come quella dei nostri tempi, dagli ideali del pacifismo al flower power, ma è anche un messaggio importante di attualità, perché adesso c’è davvero bisogno di offrire segni di solidità, senza fare alcuna retorica” spiega Shapiro, che dei due incarna l’aspetto più socialmente impegnato. L’altra chiave di lettura è invece fornita da Vandelli, che vede nel nome del disco il punto di incontro delle distinte personalità dei musicisti: “sono due parole che dobbiamo ricordarci soprattuto noi, che ci sforziamo per collaborare insieme”. Un incontro complicato, quello tra i due, che arriva dai giorni lontani del Piper, ma che, come gli stessi protagonisti ammettono, ha in realtà i piedi ben ancorati nel presente. “Le parole che cantavamo un tempo hanno ancora oggi un valore, nonostante i cambiamenti politici e sociali di tutti questi anni. Era necessario dare loro una veste più attuale ma che ne non tradisse la natura dell’epoca”. Ancora, chiarisce Shapiro: “Non ha niente a che vedere con la nostalgia, ma con la riscoperta di quelle qualità e di quegli stessi ideali che forse cantavamo senza nemmeno renderci troppo conto”. “Parla per te!” gli ribatte il collega, mentre imperturbabile prosegue: “Nessuno si rendeva davvero conto del peso di queste parole. Capire che sono ancora valide per noi è una grande scoperta”.

Su quanto sia stato divertente cantare insieme quelle canzoni sono però stranamente in sintonia. “È necessario recuperare l’emozionalità di una volta. Il mestiere dei musicisti è ancora quello di saper emozionare” dichiara Shapiro. Anche le tredici tracce che compongono l’album, tra poco note, note e notissime in cui sparigliare le carte per alternarsi al canto e duettare insieme, sono frutto di un logico compromesso. “Sapevamo che nella scelta dei brani quei cinque o sei pezzi mastodontici non avrebbero generato nessuna discussione. Più difficile invece è stata la scelta di altri”, prosegue. Un piccolo caso è stato quello di “When you walked in the room” di Jackie DeShannon, approdata nello Stivale grazie ai Rokes con il nome di “C’è una strana espressione nei tuoi occhi”, di cui però si è preferita la versione col testo originale in inglese. “Il brano sembrava funzionare meglio così, nonostante fosse stata già preparata la traccia per l’italiano” è il commento di Shel, che promette comunque di farla nuovamente ascoltare con le parole che lui stesso aveva scritto nel 1965 per farne un successo qui da noi. “Abbiamo pensato di riprendere il nostro passato per stabilire chi siamo oggi, per la nostra storia e la nostra età. Gli inediti sono stati esclusi per fare posto a canzoni che ancora oggi sono valide. L’idea di inserire dei brani nuovi avrebbe finito per distogliere l’attenzione”. Per l’unica scelta non direttamente riconducibile al proprio repertorio, “You raise me up” (cover di un brano del 2005 firmato dal duo anglo-norvegese Secret Garden), invece dicono di non aver avuto dubbi. Shapiro: “È di una bellezza incredibile. Si tratta in realtà di un canto religioso, ma quelle parole ci stanno addosso come una foto”. “E l’abbiamo cantata quasi commuovendoci” chiosa Vandelli, concludendo con una battuta su un’eventuale presenza dei due al prossimo Sanremo: “Perché no? Se Baglioni ci scrive un buon pezzo ci andiamo volentieri!”

C’è modo anche di parlare del tour in partenza. La coppia dai tempi comici perfetti si fa seria nell’ammettere di dover dare centralità alla musica. Questi brani li hanno portati per anni su strade parallele e ora convergono senza il bisogno di particolari orpelli. La loro dinamica live prevede necessariamente qualche breve introduzione, ma non vogliono divertire con gag, ospiti o effetti speciali. Uno spettacolo di sole canzoni quindi, quelle di “Love And Peace” più altre sulle quali preferiscono non pronunciarsi, da presentare dal vivo, come già annunciato, a Roma e Firenze e poi nei principali palchi della Penisola.  
E chi quegli anni non li ha vissuti? “Per i ragazzi sarà musica nuova. Mi auguro che si crei un ponte tra noi e loro. Anche i giovani si possono divertire, spero che il messaggio di “Love And Peace” diventi una risposta sociale a unirsi contro le divisioni che sono in atto al giorno d’oggi” racconta Shapiro.

Si punzecchiano e si stimano, come loro stessi alla fine confessano: “Maurizio Vandelli è urticante” è la sentenza lapidaria di Shel Shapiro, “ma è uno bravo perché come me non rinuncia a essere com’era a vent’anni. Quando saliamo su un palco riusciamo ancora a sentire il brivido e l’energia di una volta. Insieme tireremo fuori una carica che per molti potrebbe essere inedita”. Prosegue poi Vandelli: “All’epoca non avremmo mai pensato di essere ancora qui, cinquant’anni dopo”. Il momento però è quello giusto. Ai tempi ognuno di noi aveva la sua strada e non potevamo rendercene conto”. E Shapiro in conclusione ammette: “Ho qualche rimpianto, certo. Perché chi non li ha vuol dire che non ha vissuto davvero. Sono stato fortunato e qualche volta anche sfortunato. Ho speso tante energie, ma quando mi guardo allo specchio ammetto che queste rughe hanno tutte un valore”.

Infine, in chiusura c’è spazio per un ricordo di Lucio Battisti. Vandelli prende la parola riportando alla mente gli anni della Ricordi e di quando, dopo il successo di “29 settembre”, si è sentito dire: “Io ho imparato a cantare da te, ma ho corretto i tuoi errori”.

(Marco Di Milia)

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